Sopravvissuto a un terremoto e a una valanga in Nepal: “Non dimentichiamoci dell’Himalaya tra 15 giorni”

Genova. Il 25 aprile del 2015 un terremoto di magnitudo 7.8 ha provocato la morte di almeno 8000 persone e messo in ginocchio una vasta area del Nepal himalayano, al confine con il Tibet. A quel disastro era sopravvissuto Nanni Pizzorni, 64 anni, di Recco.
Pizzorni al tempo si trovava, con una spedizione di torrentisti italiani appartenenti al corpo nazionale del soccorso alpino e speleologico, a Langtang, villaggio a 3400 metri nella valle parallela a quella devastata in questi giorni dall’alluvione lampo nella quale risulta disperso il rapallese Marco Ratto.
Nanni Pizzorni, che è tutt’oggi nel soccorso alpino ed è iscritto alla sottosezione di Sori del Cai Ligure, si era salvato dalla furia di una valanga gigantesca. Gravemente ferito, era stato aiutato da uno dei suoi compagni, Giuseppe Antonini (il toccante racconto di quella vicenda lo potete trovare a questo link), mentre altri due connazionali erano deceduti: Gigliola Mancinelli e Oskar Piazza.
Pizzorni inizialmente ha preferito non parlare di quella vicenda ma poi ha scritto un libro – “Oltre la valanga” – e oggi più che mai si rende conto che invece è importante ricordare: “Perché purtroppo – afferma – tra quindici giorni nessuno si occuperà più di questo ennesimo disastro che colpisce il Nepal“.
“Nel nostro caso si era trattato di un terremoto, di una causa impoderabile – dice Giovanni Pizzorni – questa volta il disastro ha dei mandanti precisi, siamo noi, l’Occidente, ad aver creato le condizioni climatiche che stanno colpendo, purtroppo, popolazioni che nulla ne possono. Il problema è che non sarà l’unico disastro, è partito il timer, in Himalaya lo zero termico è arrivato a 5000 metri, purtroppo è solo questione di tempo perché altre catastrofi si mettano in moto”.
In queste ore, in cui si fanno flebili le speranze di ritrovare in vita i dispersi, o addirittura di recuperare i corpi di chi non ce l’ha fatta, Pizzorni ricorda con lucidità la situazione in cui si era trovato quasi dieci anni fa e la riporta alla catastrofe odierna: “Anche in quel caso la conta delle vittime all’inizio era del tutto sottostimata rispetto a quello che si era capito con il passare del tempo – afferma – inoltre bisogna tenere conto che purtroppo i mezzi e le forze a disposizione del Nepal sono limitate e sono in gran parte impegnate per recuperare le vittime internazionali nelle zone turistiche principali, ci sono aree rurali dove probabilmente nessuno sta neppure cercando, sotto metri e metri di fango”.
La zona dove è avvenuto il disastro è la valle dove scorre il fiume Bhote Koshi, nel distretto di Rasuwa, sulla strada che porta al valico di Gyirong, il principale confine commerciale tra Nepal e Cina. “Si tratta di una zona purtroppo molto frequentata – osserva Pizzorni – perché consente ai turisti di arrivare molto vicino ai ghiacciai attraverso strade percorribili da auto e pullman, che spesso si trovano incolonnati, ed è per anche questo che il numero delle vittime internazionali potrebbe essere molto alto”.
L’alpinista e torrentista di Recco non esclude che possa verificarsi ancora qualche miracolo ma, anche sulla base dell’esperienza con il soccorso alpino, scuote la testa: “Per carità, se sono sopravvissuto io può farcela chiunque e la speranza è sempre l’ultima a morire, ma difficilmente sarà possibile recuperare coloro che sono stati presi dall’onda di piena, anche in base a quelli che sono gli interventi che abbiamo effettuato negli ultimi 15 anni, chi è stato travolto non è stato più recuperato, e parliamo di alluvioni molto più contenute rispetto a quanto accaduto in quella valle”.
Nanni Pizzorni non è mai più tornato in Nepal ma non ha mai smesso di pensarlo: “Chi ama la montagna, se ne ha la possibilità, dovrebbe visitare quei luoghi, l’ambiente è qualcosa che non si può spiegare, lì davvero si ha l’impressione di poter toccare il cielo – racconta – ma non è solo la natura, anche le persone che abbiamo conosciuto in Nepal sono un qualcosa di eccezionale, uno dei dieci Paesi più poveri del mondo, eppure un popolo straordinario, resiliente, sorridente, forte proprio perché abituato a vivere in condizioni durissime. In questi giorni guardavo, come tutti, i video girati con il cellulare e mi chiedevo, come tutti, ‘ma possibile che non abbiate altro da fare che fare dei video con il telefonino?’, ma bisogna pensare che quelle persone purtroppo sono abituate a batoste una dopo l’altra, questa forse è solo di portata più grande”.
Nanni Pizzorni, insieme ad altri amici (tra cui Silvano Odasso, per anni gestore del rifugio Mongioie e oggi della Locanda di Upega) dopo l’esperienza del 2015 ha dato vita ad alcuni progetti di solidarietà che si sono tradotti in aiuti concreti per la comunità di Langtang. Tra le attività, l’acquisto di un potabilizzatore di acqua affidato a una donna del posto e la costruzione di una via ferrata come attrazione per aumentare il turismo nel villaggio.
“Ora è ancora presto per pensare alla ricostruzione post disastro ma a chi fosse interessato ad aiutare il Nepal – dichiara Pizzorni – suggerisco di cercare iniziative magari puntuali, concrete, con orizzonti temporali immediati e controllabili a distanza perché altrimenti il rischio è che gli aiuti non arrivino davvero a chi ne ha bisogno”.



