Sinner e la forma antica del divismo
Se il calcio italiano avesse davvero voglia di cambiare, se davvero è alla ricerca di un modello meno stanco, un buon punto di osservazione sarebbe il campo numero 5 del Foro Italico, dove Jannik Sinner si è manifestato ieri in tutta la sua Sinnerità per un allenamento. Folla, cori, striscioni, un’onda di presenza popolare. Non c’è granché da studiare, c’è da copiare. Il divismo in Italia è nato con le canzoni e con il calcio. Nelle canzoni resiste, il calcio l’ha dimenticato. La colpa non è dei divi che si sono rimpiccioliti o che nel pallone non ci sia un Sinner. Se anche ci fosse, non si potrebbe vederlo a tre metri di distanza.


La diversità del tennis
Il calcio è ovunque. Lo vedi in alta definizione, lo commenti sui social in tempo reale, ne conosci i dati, le heatmap, i salari, le clausole, i retroscena di mercato. Però non lo incontri quasi più. È irraggiungibile. Si è barricato dietro i cancelli dei centri sportivi, mentre il tennis lascia il numero 1 del mondo a portata d’immaginario. Non è una questione così laterale nel racconto parallelo della crisi del calcio e del boom del tennis — o dell’atletica, della pallavolo, del nuoto — tutti quegli sport dove i campioni non sono solo avatar da highlights, ma corpi, corpi in sintonia con la Gen-Z.

Al campo 5 del Foro Italico c’era una piccola folla che ha preferito un allenamento a qualche altra partita. Non è così sorprendente. Con quel biglietto da 33 euro potevi scegliere tra il Divo Sinner mentre fa il suo mestiere, mentre ascolta Vagnozzi, mentre beve, mentre sbaglia, mentre ride, oppure Atmane-Bergs e Basilashvili-Merida. Per vedere una partita più vera, per un biglietto sul Centrale, bisognava spenderne tra gli 83 e i 285. Ma c’è chiaramente altro.
Il divo, irraggiungibile e accessibile
Il divismo nasce dalla necessità di tenere qualcuno in alto. Un divo, una diva, permettono di immaginare, perfino adesso che sono molto cambiati e molto esposti, ora che postano la colazione, la skincare o il giro con il cane. Un divo deve essere insieme irraggiungibile e accessibile. Deve anche sembrare uno di noi. Un divo vive dentro una contraddizione faticosa. Lo vogliamo superiore ma gli chiediamo di raccontarsi come un vicino. Lo mettiamo su un piedistallo e gli chiediamo di scendere a fare contenuti.

I cancelli chiusi del calcio
Jannik Sinner amplifica tutto perché il suo divismo è paradossale rispetto ai classici ma è molto dentro lo spirito del tempo. Ha un’aria normale che promette una diversità. Così andiamo al Foro per vedere se è vero. Il meccanismo del campo numero 5 era familiare per il calcio ai tempi della lira. Oltre le reti nelle quali infilavi le dita, c’erano Maradona e Baggio, Ronaldo e Falcao, c’erano la costruzione di una familiarità e la coltivazione di un sentimento. Non era tutto così romantico, c’erano invadenze e approssimazioni, ma esisteva una forma di contatto. Se le ricerche della De Agostini dicono che il mestiere del calciatore è scivolato al quarto posto fra i desideri dei ragazzini, bisogna farsi una domanda anche su quei cancelli chiusi.
Il calcio ha trasformato tutto in reel. Anche un backstage è ufficiale. La tunnel cam, la clip motivazionale, ogni cosa sembra vicina, ma è un’intimità senza rischio. Sinner in allenamento offre un’antica forma di divismo, e se il tennis entrerà nelle scuole, se abbasserà i prezzi, se finalmente intercetterà l’Italia con un background migratorio, sarà il calcio a dover inseguire i ragazzi. Ci siamo quasi.
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