Cultura

Hannah Lew – Hannah Lew

E’ tra San Francisco e Oakland che Hannah Lew matura le sue esperienze musicali, nella Bay Area, una zona che non è solo un’ area geografica ma un luogo che nel tempo ha sviluppato un proprio linguaggio.

È lì dentro che si forma Hannah. Non in un’accademia, non in un circuito “professionale”, ma in quel territorio intermedio dove i dischi passano di mano in mano e le band nascono più per necessità che per ambizione. Prima c’erano le chitarre spezzate e le voci intrecciate di Grass Widow, dove tutto era collettivo, instabile, e proprio per questo vivo. Poi il passaggio a Cold Beat, dove quel caos veniva tradotto in synth, drum machine e una forma di malinconia più fredda, più notturna, quasi urbana.

E in mezzo c’era anche un altro tipo di educazione: quella dei negozi di dischi come Stranded Records, che Hannah ha co-gestito. Questi negozi di dischi non sono solamente luoghi di vendita ma veri e propri archivi emotivi. Post-punk minimale, vinili impolverati, cassette passate di mano in mano, synth-pop dimenticato, piccole etichette che sembravano esistere solo per pochi minuti e poi sparire. Un modo di ascoltare la musica che non ha nulla a che vedere con lo streaming: lento, ossessivo, selettivo.
Lì dentro non si vendevano solo vinili: si costruiva un gusto. Si imparava cosa significa ascoltare davvero. E questo si sente tutto nel suo modo di fare musica: niente è casuale, tutto sembra filtrato da anni di ascolto compulsivo, ossessivo, affettuoso.

È da lì che arriva questo disco omonimo.

Credit: Press

Musicalmente, il disco vive di un equilibrio fragile tra basso, synth e drum machine, con la voce sempre in bilico tra presenza e dissolvenza. Non c’è mai una direzione unica: ogni brano sembra scegliere un modo diverso di stare nel tempo.
“Another Twilight” apre con una pulsazione quasi fisica, un synth-pop trattenuto che guarda all’Italo-disco senza mai caderci dentro davvero. È musica che ti invita a muoverti, ma con una specie di malinconia sottopelle.
Poi il disco si apre, si sfalda. In “Damaged Melody” e “Replica” i synth diventano atmosfera, la voce perde contorni, si sdoppia, si rifrange. Qui entra in gioco una sensibilità che ricorda certe zone dei Cocteau Twins.

“Time Wasted” riporta tutto a terra. Il basso torna protagonista, più ruvido, più diretto. Qui si sente ancora la mano di Grass Widow, la fisicità del post-punk, il corpo che riprende il controllo dopo il sogno.
“Sunday” è il centro emotivo del disco. Qui tutto si espande: la voce si moltiplica, i synth si aprono, il tempo si dilata. È un brano che non cerca equilibrio, ma esposizione totale. È il punto in cui il disco smette di essere costruzione e diventa vulnerabilità.
“Move In Silence” fa esattamente il contrario. La drum machine torna rigida, quasi militare, il basso si ritrae, la voce si fa più mentale. È un pezzo che parla di mondo esterno, di tensione invisibile, di controllo. Non a caso l’artista lo descrive come un “wartime album”: non nel senso spettacolare del termine, ma come stato psicologico permanente.

È un disco che parla di identità come qualcosa che si smonta e si rimonta da sola, proprio come quella copertina: una faccia strappata e incollata alla meglio, che prova a restare insieme. E per gran parte del tempo funziona. Suona bene, suona giusto, ogni dettaglio è al suo posto come se qualcuno ci avesse passato sopra ore a limare ogni angolo. Ma è proprio lì che inizia il problema: è tutto troppo al suo posto.

Perché a un certo punto viene voglia che qualcosa vada storto. Che un pezzo deragli, che un synth entri nel momento sbagliato, che la voce si spezzi davvero invece di limitarsi a svanire con eleganza. Quella cosa che nelle Grass Widow veniva fuori storta e inevitabile, qui sembra completamente sotto controllo.

E allora sì, resta un disco solido, anche bello, ma con quella strana sensazione addosso: che sotto la superficie ci sia ancora qualcosa di vivo che spinge, che vorrebbe uscire, e che invece viene sempre rimesso in riga un secondo prima di diventare davvero necessario.


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