Cultura

Kathryn Mohr – Carve | Indie For Bunnies

Il precedente disco di Kathryn Mohr si chiamava “Waiting Room”, undici tracce dark folk minimali e intense con rapide incursioni distorte nel rock e momenti di sperimentazione pura che avvicinavano la musicista californiana a Marissa Nadler, Kim Gordon, PJ Harvey, Chelsea Wolfe. Scelte affascinanti che rivelavano una maturità compositiva confermata nei dodici brani del nuovo album  “Carve”. 

Credit: Bandcamp

Mixato da Richard Chowenhill degli Agriculture ha avuto una gestazione complicata, ideato durante un lungo, solitario  viaggio in macchina tra Joshua Tree e il deserto del Mojave, scritto mesi dopo in quegli stessi luoghi aridi e isolati, in uno sperduto Airbnb con una chitarra e brandelli di canzoni nuove e risalenti a quattro anni prima.

Gli elementi sono gli stessi di “Waiting Room” ma portati all’estremo, ancora più brutali e rarefatti, con una tensione latente che nasce dalla distorsione spettrale e tortuosa di “Bone Infection” e attraversa tutto il disco, tra chitarre elettriche ruvide e rock (“Doorway”)  momenti di pura, bollente rabbia (“Angle of Repose”) e accordi minimali, taglienti, efficaci.

 “I can’t commit to anything or remember anything / I’m running around with my head cut off” recita “Commit”, l’atmosfera diventa bollente, noir, allucinata  con “Property” (“In Needles driving up to Barstow / Every second a pill bleeds / Obsolete and blistering“) tiratissimo e immediato l’arrangiamento di “I Do” tra riff di chitarra e ritornello in falsetto.

Traumi infantili da elaborare, diffidenza e isolamento, la memoria che diventa concreta, corpo e melodia, flusso di coscienza in “Idiocy”, spettrali relazioni tossiche in “Owner”,  “Cells” altro brano potente e rock, mentre “Chromium 6″ torna alla sperimentazione tra sample e field recordings.   

Sound incisivo quello di “Carve”,  vulnerabile in “Trouble Me”, integerrimo dietro un liquido muro di sintetizzatori in “Crow Eyes”  vulcanico finale in cui Kathryn Mohr non si risparmia, arrivando a toccare il limite emotivo,  il confine tra vita e mera sopravvivenza, l’apice di un disco costruito con passione e talento.


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