Servono nuove norme antiterrorismo. La lezione degli assalti antagonisti – Il Tempo

Questo tipo di reato è legato ancora a vecchie leggi scritte nella stagione della lotta alle Brigate Rosse
Chissà che avrebbe detto Franco Piperno di fronte alla strategia dei black bloc in Val di Susa. Lui che, analizzando il rapimento di Aldo Moro, non aveva esitato a celebrare «la geometrica potenza dispiegata» dalle Brigate Rosse «in Via Fani». Episodio che doveva essere analizzato in parallelo con «la terribile bellezza di quel 12 marzo del ’77 per le strade di Roma (corteo di massa armato)» (F. Piperno, Dal terrorismo alla guerriglia, in “Pre-Print” del dicembre 1978). Allora si trattò dell’attività di un commando, con quell’azione fulminea ed inaspettata, che portò alla morte dei cinque uomini di scorta. Moro fu quindi fatto prigioniero, costretto ad una penosa detenzione, nelle «carceri del popolo», e poi barbaramente assassinato.
Per fortuna nell’ultimo scontro in Val di Susa, contro i cantieri della TAV, non ci sono stati morti, ma solo un centinaio di feriti tra le forze dell’ordine. Lo stesso era capitato a Bologna, il giorno prima, dopo l’improvvida decisione di Matteo Lepore, Primo cittadino di quella splendida città, di indire una manifestazione per chiedere giustizia per la morte di Abderrahim Fakir. Come se qualcuno avesse intenzione di negarla. Ed anche in quel caso le devastazioni erano state imponenti. Alimentate non da un pugno di irriducibili, ma da un piccolo esercito deciso a mettere a ferro e fuoco il rione Pilastro, nel Nord-est della città. Solo 12 gli indagati. Se rimanessero solo quelli sarebbe solo una vergogna. In Val di Susa si è andati oltre.
Non si è trattato solo del ribellismo italiano. I barbari, come nei secoli passati, sono calati da Paesi diversi: Germania, Francia Belgio e via dicendo, con la sola intenzione di far casino. Un’internazionale nera, dalla divisa indossata (si una divisa come quella delle forze militari), convenuta in un posto ameno- il Festival dell’Alta Felicità – dove non si consumavano spinelli, come al tempo di Woodstock, in quel mitico 1969, ma si definivano le strategie per guidare l’assalto di 1500 scalmanati contro il cantiere di Chiomonte. Per appuntarsi sul petto la medaglia di aver realizzato, come ha dovuto riconoscere amaramente Massimo Bufalini, il direttore generale di Telt, la società Italo -francese responsabile dei lavori, «il peggior attacco ai nostri cantieri dal 2011 ad oggi».
A seguire la cronaca di quegli avvenimenti, lo sconcerto è totale. Altro che manifestazioni spontanee, l’assalto era stato preparato nei minimi particolari, con una logistica delle operazioni di tipo militare. Gli ordini erano stati emanati in anticipo. Riguardavano innanzi tutto la divisa: tutte uguali per non farsi identificare. Qualsiasi segno distintivo, anche sulle scarpe era stato eliminato: coperto da nastro adesivo, anch’esso nero. Le maschere ed i passamontagna identici. Solo i guanti erano di diverso colore per connotare i diversi reparti d’assalto: i guastatori, incaricati di abbatter i recinti, i frombolieri addetti al lancio di pietre e bulloni, gli artificieri armati di bombe carta e di molotov, i casseur per distruggere ogni cosa di fronte ai loro occhi, i sanitari destinati ad intervenire per soccorrere gli eventuali feriti negli scontri. Il tutto organizzato in modo tale per gestire un migliaio di militanti, armati di tutto punto. Terrorismo? Ai posteri l’ardua sentenza.
Ci stanno pensando i magistrati incaricati dell’indagine. Ma il pessimismo è d’obbligo. La Cassazione si è pronunciata più volte su casi analoghi, prendendo in considerazione anche altre incursioni dei gruppi No TAV. La risposta è stata sempre negativa. Il reato di terrorismo è infatti definito dall’articolo 270-sexies del codice penale. È ritenuto tale solo se le relative azioni «possono arrecare grave danno ad un Paese o ad un’organizzazione internazionale e sono compiute allo scopo di intimidire la popolazione o costringere i poteri pubblici o un’organizzazione internazionale a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto o destabilizzare o distruggere le strutture politiche fondamentali, costituzionali, economiche e sociali di un Paese o di un’organizzazione internazionale». Solo l’insieme di questi elementi può qualificare un’associazione «con finalità di terrorismo» di cui all’articolo 270-bis del CP. Quella norma, come si può vedere, conserva le impronte digitali della lotta contro le Brigate Rosse. Storie d’altri tempi, né la magistratura ha cercato di ricorrere a delle analogie. Ogni volta che qualche magistrato l’ha fatto, il successivo giudizio in Cassazione ne ha frustrato l’iniziativa. Il che spiega perché sia Fratelli d’Italia che la Lega abbiano presentato specifiche proposte di legge per colmare quello che è ormai un buco nell’ordinamento giudiziario. Accogliendo un’esigenza, manifestata dal Sindacato della polizia, almeno dieci anni fa. Il relativo dibattito parlamentare sarà, pertanto, una cartina al tornasole. Si vedrà, allora, se la sinistra approverà l’iniziativa o farà tutto il possibile per affossarla. Forse il tempo dell’ambiguità-sì a favore di chi manifesta, no alla violenza devastatrice (ma quale di questi due finalità viene prima?) – sta per finire.
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