Ambiente

Seoul supera Londra. Quando l’immaginario diventa capitalizzazione


La lezione è semplice e scomoda insieme: chi governa l’immaginario globale costruisce fiducia sistemica. E la fiducia sistemica, nel lungo periodo, si traduce in flussi di capitale, in premi di valutazione, in capacità di attrarre talenti e tecnologia.

È qui che il confronto con l’Italia smette di essere un esercizio retorico e diventa un problema industriale.

L’Italia possiede un capitale simbolico che nessun Paese può replicare. Secoli di storia, un Novecento creativo irripetibile, un sistema produttivo fondato su eccellenze riconosciute in ogni settore, dalla moda all’agroalimentare, dal design alla manifattura avanzata. Fellini, Armani, Olivetti, Ferrari, Venezia, Firenze. Un immaginario potente, stratificato, universalmente riconoscibile. Ma un immaginario che l’Italia non governa. Lo eredita, lo esibisce, lo consuma. Non lo rigenera e non lo organizza.

La cultura viene trattata come voce residuale di bilancio, non come infrastruttura strategica. Il cinema italiano continua a oscillare fra autoreferenzialità festivaliera e nostalgia, lamentando la distanza dal pubblico senza costruire le condizioni industriali per colmarla. Cinecittà sopravvive soprattutto come location per produzioni straniere. Nell’arte contemporanea, mentre Seoul costruisce musei privati potentissimi, fondazioni e district culturali coordinati con logica di sistema, l’Italia disperde risorse e competenze in mille rivoli istituzionali che raramente convergono.

Il risultato è nei numeri. Piazza Affari capitalizza oggi meno di un quinto del KOSPI. Le imprese italiane di eccellenza vengono acquisite da fondi stranieri in assenza di un ecosistema finanziario domestico capace di valorizzarle. Il made in Italy resta un marchio potente ma non governato, esposto alla contraffazione e alla commoditizzazione senza una regia pubblica o privata all’altezza.


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