Scacco matto ai Casalesi, tornano liberi il ‘figliastro’ del boss e altri ‘fedelissimi’

Tornano liberi Francesco Adinolfi (figliastro di Antonio Zagaria), Rolando D’Angelo, Carlo Bianco, Aldo Bianco coinvolti nell’inchiesta della Dda di Napoli sugli affari della fazione Zagaria del clan dei Casalesi con 44 indagati complessivi da cui 23 destinatari di misure cautelari.
E’ quanto disposto dalla Dodicesima Sezione del tribunale del Riesame di Napoli che ha annullato la misura cautelare della custodia in carcere emessa dal gip partenopeo, accogliendo le istanze dei legali Ferdinado Letizia, Paolo Raimondo, Michele Di Fraia.
L’attività investigativa dei carabinieri del comando provinciale di Caserta e del Ros, coordinata dalla Dda di Napoli, avviata nel 2019, ha fatto luce sull’operatività della fazione Zagaria con proiezioni anche internazionali, in particolare per il riciclaggio dei capitali illeciti.
Secondo quanto ricostruito, l’organizzazione era stata guidata dai due fratelli del capoclan Michele Zagaria, Antonio e Carmine, che in qualità di reggenti avrebbero curato l’organizzazione e il coordinamento delle attività del clan in provincia di Caserta, e dal nipote Filippo Capaldo che, scarcerato nel 2019, si è rifugiato all’estero per seguire le vicende imprenditoriali del clan. Nel corso delle indagini è stato individuato Carlo Biancoquale esponente di spicco del clan che svolgeva una funzione di “raccordo” tra la frangia armata dell’organizzazione e la sua leadership. Quest’ultimo era impegnato nelle attività di estorsione, usura e traffico di sostanze stupefacenti, nonché nel controllo di alcuni settori economici del territorio, tra cui l’imposizione nelle compravendite terriere (pretendendo somme variabili tra i 15mila e gli oltre 125mila euro in considerazione del prezzo del cespite), le intestazioni fittizie di attività commerciali e la gestione delle slot machine – attività ritenuta sempre di elevato interesse economico per le organizzazioni criminali – finalizzate a garantire il sostentamento degli associati grazie alla suddivisione dei profitti derivanti dalle attività illegali.
Sono stati altresì individuati diversi esercizi commerciali nella disponibilità di alcuni indagati che venivano utilizzati come basi operative per la pianificazione e il coordinamento delle attività illecite del clan.
Ulteriori approfondimenti investigativi hanno permesso, poi, di accertare l’esistenza di una cassa comune del clan, utilizzata anche per investimenti in attività legali (società di autonoleggio, intestazioni fittizie per eludere la normativa in materia di prevenzione patrimoniale) e per prestiti a tassi usurai, di dimostrare operazioni di riciclaggio e autoriciclaggio, attraverso l’impiego di denaro illecito, tramite una società con sede in Spagna e una del casertano attiva nel settore della raccolta rifiuti, entrambe riferibili al nipote del capo clan.
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