Riforma della disabilità: domande di invalidità giù del 13%
Con la riforma della disabilità, sono calate di molto le domande di invalidità previdenziale inviate all’Inps, così come quelle accolte dall’istituto e anche le pratiche definite dagli uffici. Nelle province oggetto della sperimentazione, iniziata a gennaio 2025, le istanze presentate sono scese del 13,1%, mentre quelle accettate sono andate giù del 12,1%. L’analisi è della Cgil, che ha diffuso questi numeri per segnalare il rischio che la nuova procedura prevista dalla legge si traduca in un ostacolo per chi ha diritto alle prestazioni di invalidità, piuttosto che in una semplificazione e in un miglioramento dei controlli, obiettivi dichiarati della riforma.
Il decreto legislativo è stato approvato nel 2024 dal governo Meloni e, come visto, sta entrando gradualmente in vigore. Per rendere più rapida la procedura, i patronati sono stati estromessi dalla fase di invio delle pratiche: sono i medici che mandano i certificati all’Inps per l’accertamento. Tuttavia, ora le verifiche non si soffermano solo sulle percentuali di invalidità, ma anche su una serie di fattori, in particolare sulle barriere effettive che impediscono di svolgere un lavoro. Quindi, per semplificare, c’è un passaggio in meno nel primo passo, ma anche un irrigidimento dei controlli nel secondo.
Il sindacato, lecitamente, rivendica il suo ruolo: ritiene in pratica che l’aver ridotto il ruolo dei patronati – estromessi dalla fase iniziale e coinvolti solo nella fase amministrativa di accertamento – abbia creato una barriera all’ingresso. Parliamo di due tipi di prestazioni: l’assegno ordinario di invalidità, per chi ha una limitata capacità lavorativa, e la pensione di invalidità, per chi è proprio impossibilitato a lavorare. La riforma riguarda l’invalidità civile, che è assistenziale, ma secondo la Cgil sta avendo effetti anche su prestazioni di natura previdenziale, cioè legate anche ai contributi versati. Ecco perché, fa notare il sindacato di Maurizio Landini, se la burocrazia si mette di traverso, il risultato è la negazione di un diritto maturato, non di assistenzialismo.
Le prime nove province hanno iniziato la sperimentazione il primo gennaio 2025; il numero di territori coinvolti è stato gradualmente aumentato e andrà a regime sull’intero Paese nel 2027. A Brescia, per esempio, c’è stato un calo del 17% delle domande pervenute, con una riduzione del 26,2% delle pratiche definite e del 34,8% di quelle accolte. La Cgil ha voluto considerare tutti i tre dati perché da questi si possono ipotizzare diverse criticità. Un ostacolo all’ingresso, come si diceva, ma anche una difficoltà da parte degli uffici, specialmente in alcune zone, di lavorare tutte le istanze ricevute.
La situazione nelle province non coinvolte nella sperimentazione è decisamente diversa. Le pratiche pervenute sono salite dell’1%, mentre quelle definite sono calate dell’1,9% e quelle accolte sono andate giù del 2,8%. Quindi anche nel resto del Paese si vedono diminuzioni in tutte le voci, ma decisamente meno marcate. Il tema è molto sensibile, poiché in Italia viene spesso ricondotto al fenomeno dei “falsi invalidi”. La Cgil, però, sostiene il rischio che questa nuova organizzazione stia negando le prestazioni a chi ne ha diritto più che ai furbi. “La riduzione – dice il documento redatto dal sindacato – riguarda anche le domande pervenute, cioè il numero stesso delle richieste presentate dai cittadini”. Questo è rilevante “perché sembra indicare che le criticità non si manifestino soltanto nella fase valutativa o nella gestione amministrativa delle pratiche, ma possano incidere direttamente anche sull’accesso al procedimento e alla tutela previdenziale”.
“Le criticità della riforma – ha commentato la Cgil – erano già emerse più volte nelle province coinvolte nella sperimentazione, tempestivamente denunciate dalla nostra organizzazione: la carenza di commissioni Inps e di medici di medicina legale, i costi elevati dei certificati introduttivi, la riduzione del ruolo dei Patronati nella fase iniziale delle procedure e la continua stratificazione normativa, che stanno producendo ritardi, confusione e incertezza proprio nei confronti delle persone più fragili”.
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