Cultura

riflessioni di una spielberghiana delusa

In un film che è una summa del suo cinema e delle sue “ossessioni”, Steven Spielberg torna a rivisitare dei temi che lo accompagnano da sempre: gli alieni e l’innocenza dell’infanzia.

L’11 giugno è stato il giorno della rivelazione, ovvero il disvelamento di Disclosure Day, trentacinquesimo lungometraggio di Steven Spielberg (Duel incluso), atteso ritorno del regista che ha conquistato più generazioni ai temi che da sempre gli stanno a cuore, dopo aver firmato sull’argomento in anni più giovanili due film seminali della fantascienza come Incontri ravvicinati del terzo tipo ed E.T., quest’ultimo volutamente a misura di bambino. Nel caso di questa sua ultima opera, quasi un testamento/compendio di tutta la sua carriera, amato da molti, non credo di essere stata l’unica a rimanere delusa e a trovarlo una zuppa indigesta di autocitazioni, scritta da David Koepp a partire dagli appunti del regista, con qualche distrazione di troppo, diversi momenti “what the fuck” e un messaggio banale, che Spielberg aveva declinato sicuramente meglio altrove e su cui questo ritorno non aggiunge nulla. Il problema, forse, è che io col cinema del caro zio Steven ci sono cresciuta, i suoi film li ho visti quasi tutti sul grande schermo, ho amato addirittura 1941 – Allarme a Hollywood, ho difeso strenuamente il suo lavoro da tutti i detrattori che lo consideravano autore troppo commerciale, ma trovo che ormai da un pezzo abbia perso l’originalità che lo ha sempre contraddistinto. L’ultimo suo film veramente adulto che ha realizzato. per me è stato Munich, poi sono seguite diverse opere più o meno riuscite, ma non ha mai più raggiunto le vette di un tempo, quelle che facevano uscire dal cinema emozionati e divertiti. Certo, sulla regia dei suoi film non si può dire nulla, ci mancherebbe: con lui non ci si annoia mai, le 2 ore e 25 di questo film volano e ci sono sequenze da cui è impossibile non essere catturati, ma non è facile ricavarne un messaggio che non sia quello ecumenico e paternalistico di un americanocentrico “buono” Se non avete visto il film, vi consigliamo di fermarvi qui nella lettura, perché d’ora in poi gli SPOILER abbonderanno.

Disclosure Day: una rivelazione un po’ così

Davvero è fondamentale e rivoluzionario dire che bisogna ascoltare, che non siamo soli nell’universo con ogni probabilità e che in un mondo che rischia una devastante guerra mondiale nucleare ci può salvare solo l’innocenza (da bambini) di due prescelti e la fede nell’umanità (cattiva sì, ma pronta a deporre le armi come se niente fosse dopo tanto sbattimento: una scena con Colin Firth e i suoi scagnozzi che mi ha lasciato totalmente interdetta)? E servivano due ore di inseguimenti all’Indiana Jones (alcuni dei quali parossistici, altri cartooneschi) per arrivare nell’ultima mezz’ora all’incontro col “grande Vecchio” degli alieni, conservato miracolosamente intatto dopo secoli di segreti, sfruttamenti e torture e pronto a farsi ascoltare? E se non ci fosse stata una quasi suora che agisce da deus ex machina lanciando come una pistola al cowboy di turno il miracoloso artefatto alieno ai buoni nel momento clou, cosa sarebbe successo? E questa avanzatissima tecnologia come è stata utilizzata finora? E perché sta fissa degli avvistamenti alieni tipicamente americana (del resto, nel bene e nel male, si sono sempre considerati il centro del mondo), una visione di volta in volta terrificante e distruttivo o salvifica e messianica? A parte il remake de La guerra dei mondi, dove gli alieni sono necessariamente nemici e conquistatori, Spielberg ha sempre creduto, non solo, a sentire le sue dichiarazioni, che qualcosa di vero ci sia nella mitologia del contatto avvenuto con gli alieni, ma anche che gli extraterrestri costituiscano un’opportunità per la razza umana, come se noi fossimo bambini che hanno necessità di essere presi per mano da esseri superiori.

E infatti. non a caso, si torna sempre in quel mondo infantile, a quella cameretta dove il bambino Steve ha fatto i primi sogni e le prime esperienze col cinema. C’è una scena ad un certo punto che ha esaltato tutti i disneyani e che ho trovato straniante, incongrua e anacronistica. Il personaggio di Emily Blunt viene rimesso nell’habitat, ricreato ad arte, in cui è avvenuto il suo incontro – una vera e propria abduction – con gli alieni da bambina, ovvero la casa della sua infanzia e la sua cameretta. In un’atmosfera sospesa che prelude al prodigioso, la piccola canta la sua “canzone preferita”, “Someday My Prince Will Come”, da Biancaneve, prima che gli animali del film vengano a guidarla alla casetta di Hansel e Gretel, come lei la chiama, che altro non è che l’astronave in cui assieme all’altro protagonista bambino verrà “condizionata” da questi visitatori ultraterreni. Va bene, ci voleva una canzone che preannunciasse un arrivo, anche se non di un principe, ma non è improbabile che l’attrice e il personaggio, avendo più di 40 anni, abbiano avuto un immaginario disneyano così vecchio? È evidente che in quella scena (un sogno per alcuni, un incubo cringe per altri), si rispecchi ancora una volta la concezione spielberghiana dell’infanzia come regno di pura innocenza, che fa sì che gli alieni scelgano in tutto il mondo due “campioni” americani come tramite, anzi, come ”arma” di buon senso da attivare al momento opportuno.

Se E.T. aveva parlato al nostro bambino interiore e Incontri ravvicinati aveva sprigionato una magia mai vista prima, Disclosure Day perde del tutto quel senso di meraviglia che Spielberg ha saputo donarci anche coi suoi film di intrattenimento più puri, come Jurassic Park, per trasformarsi in un predicozzo ingenuo, che dimostra che forse il film che umanamente più lo rappresenta dal punto di vista umano è il vituperato Hook. In fondo credere alle fate, agli alieni o alla rinascita dei dinosauri è quello che definisce il lato più infantile del suo cinema. Forse sono io, ormai cresciuta come Wendy, che lo preferivo più adulto e magari anche “cattivo”, perché ovviamente quanto sopra è un parere personale, con cui moltissimi non saranno d’accordo, ma è espresso con tutto l’amore e il rispetto per un regista che ha segnato anche il mo immaginario, firmando autentici capolavori, ma che stavolta mi ha proprio deluso.


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