Riciclo, leva competitiva per l’Italia se scioglie le contraddizioni

Performance elevate e ritardi strutturali per l’industria italiana del riciclo. Numeri importanti con percentuali di riciclo dei rifiuti che in diversi settori superano il 70% e alcune delle filiere strategiche come plastica, tessile, edilizia e Raee, ancora frenate dalla scarsa raccolta, dall’assenza di mercati maturi e da una domanda insufficiente di materiali riciclati. E un sistema frammentato e senza una vera e propria strategia industriale in grado di trasformare il riciclo in una vera leva competitiva per il Paese. Queste le principali tendenze emerse nella presentazione del rapporto annuale “L’Italia che ricicla”, promosso dalla sezione Unicircular di Assoambiente, l’associazione delle imprese di igiene urbana, riciclo, recupero, economia circolare, smaltimento di rifiuti e bonifiche.
In Italia si producono 193,8 milioni di tonnellate di rifiuti, dei quali 164,5 milioni di tonnellate sono rifiuti speciali (che comprendono anche gli 8,8 milioni di tonnellate di provenienti dalla gestione degli urbani) e 29,3 milioni di tonnellate sono urbani. Dall’analisi della composizione dei rifiuti speciali, quelli che derivano dalle attività di costruzione e demolizione rappresentano oltre la metà ed esattamente il 50,6%, seguiti dagli scarti del trattamento rifiuti (23,5%) e dall’attività manifatturiera (16,8%). Tra i rifiuti urbani, prevale l’organico (34,7%), seguito da carta e cartone (21,8%), plastica (12,8%) e vetro (8,3%). A fronte di una raccolta differenziata che nei rifiuti urbani ha raggiunto il 66,6% (pari a 19,5 milioni di tonnellate), il 54% viene avviato a riciclo, il 20% a recupero energetico e il 16% finisce in discarica. Va ancora meglio tra i rifiuti speciali dove la quota avviata al riciclo raggiunge il 73,1%. Primati che però non riflettono una strategia industriale.
“L’Italia dispone delle competenze e delle tecnologie per assumere un ruolo leader nella transizione circolare” spiega Paolo Barberi, presidente di Unicircular, “ma deve sciogliere le sue contraddizioni e accelerare verso un modello economico capace di produrre e utilizzare materie prime preziose per la nostra industria, ridurre i consumi, le dipendenze e gli impatti ambientali”. Nel rapporto emerge che a fronte di performance elevate nel riciclo, grazie soprattutto a filiere storiche come carta, vetro e metalli che vantano tassi che superano il 70%, si fatica a trasformare questo vantaggio in una strategia industriale capace di ridurre la dipendenza da materie prime ed energia importate e di contribuire al raggiungimento degli obiettivi climatici Ue. Con le maggiori criticità che emergono da comparti strategici per quantità e impatti ambientali, come plastica, tessile, edilizia e Raee dove la raccolta resta insufficiente e i materiali riciclati faticano a trovare sbocchi di mercato. Anche nell’edilizia dove il tasso di recupero raggiunge l’81%, il mercato degli aggregati riciclati rimane debole per mancanza di domanda e delle norme disomogenee. E questo porta all’accumulo di materiali riciclati inutilizzati.
Altra emergenza nella plastica dove si vive una situazione di emergenza causata dalla concorrenza dei polimeri vergini a basso costo, unita agli elevati costi energetici e all’incertezza normativa che tutte insieme, stanno mettendo in grave crisi uno dei settori simbolo del riciclo italiano. Per le filiere del tessile e dei Raee infine, spiccano i bassi livelli di raccolta che impediscono di recuperare materie prime seconde preziose. E anche dove il riciclo funziona come nei settori della carta e del vetro, l’elevata intensità energetica degli impianti e il peso del sistema Eu Ets riducono la competitività.
“La sfida è aperta e riguarda il futuro industriale e il benessere del Paese” conclude Barberi, “se il sistema regolatorio ed economico-industriale non è in grado di favorire l’uso delle materie prime derivanti dal riciclo dei rifiuti, continueremo ad avere dei risultati di riciclo eccellenti, ma l’economia circolare rimarrà solo un’ideologia da sbandierare per convenienza”. Nel report emerge anche un tessuto industriale del riciclo italiano composto in larga parte da micro e piccole imprese e che complessivamente soffre di margini ridotti, volatilità dei prezzi e ostacoli allo sviluppo di mercati nazionali delle materie prime seconde realmente competitivi. Per rafforzare la produttività e l’efficienza del sistema, il report suggerisce la collaborazioni tra le imprese, gli scambi di sottoprodotti e l’integrazione delle filiere.
“Il riciclo non è più solo un tema ambientale” aggiunge Chicco Testa, presidente di Assoambiente, “è una leva industriale, competitiva, strategica per la sicurezza delle risorse e per la decarbonizzazione del Paese. Occorre però un cambio di passo con regole chiare, uniformi e stabili, una fiscalità che premi davvero chi investe nella circolarità, criteri end of waste efficaci e una politica di acquisti pubblici in grado di trainare i mercati del riciclato”.
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