Quicksand – Bring On The Psychics
Quicksand: un nome, una garanzia. Questo incipit un po’ al sapore di televendita per riassumere assai brevemente le qualità di una band che, dopo un silenzio quasi ventennale, è tornata sulle scene con una serie di album che non solo ne hanno rinvigorito la fama, ma si sono rivelati più ispirati e solidi di quanto potesse essere prevedibile.

Dopo “Interiors” del 2017 e “Distant Populations” del 2021, il trio newyorchese conferma l’ottimo stato di forma con “Bring On The Psychics”, un album molto breve nel quale sono presenti tutte le caratteristiche tipiche del sound post-hardcore da loro forgiato nel corso degli anni.
Un sound dirompente ed energico, pronto ad azzannare gli ascoltatori alla gola a suon di riff dal grandissimo impatto. Rispetto ai precedenti due lavori post-reunion, tuttavia, si avverte un leggero calo nella resa dei brani.
La potenza di fuoco c’è sempre, ed è particolarmente percettibile in brani devastanti come “Get To It”, “Regenerate” e “Supercollider”, dove troviamo interessanti richiami al grunge dei Soundgarden. In maniera non troppo dissimile rispetto al gruppo di Chris Cornell – ma con le dovute differenze stilistiche, ça va sans dire – anche i Quicksand sfruttano le varie potenzialità ritmiche per infondere spessore e dinamismo a canzoni solo all’apparenza semplici e immediate.
La tecnica non è solo sfoggio di talento, ma strumento essenziale per rendere ancor più incisiva un’esperienza hardcore che, nonostante un eccessivo ricorso ai tradizionali marchi di fabbrica, resta più che appagante per tutta la sua mezz’oretta scarsa di lunghezza.
Le melodie acide disegnate dalla voce e dalla chitarra di Walter Schreifels trovano nella batteria pulsante di Alan Cage e nel basso pesante ma carico di groove dell’ottimo Sergio Vega due comprimari non invadenti ma sempre in primo piano, impegnati in un gioco di ruoli nel quale il post-hardcore di scuola anni ’90 cambia forma di minuto in minuto senza mai snaturarsi del tutto.
Il livello è come al solito molto alto, ma forse si è perso un po’ dello slancio del periodo successivo alla reunion. Poche sorprese, a esclusione della lunga e intensa ballad “Days You Run To” che ci presenta i Quicksand nella loro veste più amara e malinconica.
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