Rolling Stones – Foreign Tongues
Di motivi per interessarsi ad un nuovo album degli Stones ce ne sono parecchi, come d’altra parte è accaduto per le altre venticinque volte (o ventisette, se si considera la discografia “statunitense”). Vuoi per il nome che portano, vuoi per gli special guests che vi hanno contributo (non serve che sia l’ennesimo ad elencarveli), vuoi per l’assenza di Charlie Watts, vuoi per la consueta diatriba se la loro longevità anagrafica si accompagni o meno ancora a vigoria compositiva , anche “Foreign Tongues” irrimediabilmente era esente da indifferenza , oltre a ad essere esso stesso un test per verificare l’effettivo peso della loro influenza in una realtà, non solo discografica ma anche sociale, ove il rock non è più rilevante come un tempo.

Se andiamo ad analizzare tutti gli album fin d’ora pubblicati, è lecito constatare che nell’arco di ben 60 anni di album “brutti” non ve n’è traccia, se non per la classica bocciatura che viene riservata all’infausto “Dirty Work”, a cui aggiungerei il deludente album di cover blues “Blue e Lonesome” e l’insipido (ma non secondo i più) “Hackney Diamonds” del 2023, sempre considerando che negli ultimi tre decenni le pubblicazioni (live e compilation a parte) sono state davvero parche.
Se dal conteggio andiamo ad escludere proprio i due albums sovra citati, dobbiamo tornare indietro fino all’anno 2005 e, precedentemente , all’anno 1997, ragion per cui questo “ennesimo” album degli Stones non va per nulla ad inficiare il desiderio di canzoni inedite.
Anticipiamo la conclusione della recensione, constatando che essa replicherà quasi fedelmente quello che immagino avrete letto su decine di altre: se questo dovesse essere la conclusione della loro carriera, in fatto di nuovo materiale, non potevano salutarci in maniera migliore.
Per qualche maligno premetto che ovviamente non posso e non vorrei neppure sapere, se considerati i tempi che si stanno stagliando all’orizzonte ci sia stato una qualche forma di “aiutino” nella composizione dei brani o nell’aggiustare qualche voce arrugginita o stanca.
Ribadisco, non mi interessa .
Ciò che mi interessa è che sono rimasto impressionato nel rilevare che ciascuna delle canzoni in scalette risulta esente da “skip”, noia o distrazione. Quanti possono vantare di non abbandonarsi alla schiavitù dei singoli e regalare un album riuscito e non monocorde dall’inizio alla fine, in una successione di ben 14 brani?
Certo sembra che abbiano voluto assemblare in un unico album tante loro caratteristiche (nonché tanti loro “standards”) per accontentare senza rischio tutti i loro fan, ma lo hanno fatto con una freschezza ed una vis compositiva ammirabile ed invidiabile, che sembra non tradire l’età anagrafica. Se sarà o meno il loro addio alle scene, e nonostante paiano rimescolare idee e suoni già ampiamente scandagliati, “Foreign Tongues” ce li mostra ben lontani dall’essere moribondi, ridondanti o stantii.
L’album trasuda entusiasmo e fa entusiasmare, è l’ennesima “pernacchia” a tutti i detrattori , a chi vorrebbe confinarli nella schiera dei dinosauri e dei compositori stanchi, che secondo loro dovrebbero al massimo riservare la loro presenza alla sola dimensione del revival nei concerti dal vivo. Se lodiamo la buona salute testimoniata dal ritorno di vecchie canaglie come i Black Crowes, mi risulta impossibile non promuovere a pieni voti “Foreign Tongues” degli immortali (aggettivo tanto abusato quanto a loro consono) The Rolling Stones.
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