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qui prospettive di lungo periodo”

Per dieci anni hanno continuato a chiedersi se, in fondo, la loro partenza dall’Italia fosse stata davvero una fuga. Emanuele Bobbio e Daniela Esposito, entrambi 39 anni, napoletano lui, originaria della provincia di Salerno lei, non erano scappati da una situazione senza sbocchi. Avevano studiato, si erano specializzati, lavoravano in un ambiente che conoscevano e nel quale, tutto sommato, stavano bene. Nel 2016 erano partiti per la Svezia con l’idea di vivere un’esperienza all’estero e poi tornare. Oggi sono cittadini svedesi, lavorano come medici e ricercatori, hanno due figli italo-svedesi e hanno fondato SINAPSE (sinapse.se), la prima associazione di ricercatori italiani in Svezia.

“Ci siamo andati per un periodo di formazione, per ampliare le nostre competenze e poi rientrare in Italia. A un certo punto, però, ci hanno chiesto: “ma perché non restate?”, raccontano a ilfattoquotidiano.it. La domanda non era accompagnata da una promessa vaga. Al contrario, arrivò con un progetto. Emanuele, cardiologo e ricercatore presso il Sahlgrenska University Hospital e l’Università di Göteborg, avrebbe potuto proseguire il percorso accademico e clinico, completare una nuova specializzazione, fare ricerca e poi continuare la carriera come medico strutturato. Daniela, endocrinologa e ricercatrice, avrebbe seguito un percorso analogo. Il tutto nello stesso ospedale, nella stessa università e con una prospettiva di lungo periodo. “Ci hanno illustrato degli step professionali concreti. In Italia un programma del genere non ce lo avrebbero potuto né offrire né garantire”.

A colpire, però, non fu soltanto la possibilità di lavorare. Fu il modo in cui vennero considerati. “I nostri capi si interessavano anche alla famiglia. Chiedevano come stava mia moglie, come stavamo noi. Ci hanno accolto come coppia, non soltanto come due professionisti”, racconta Emanuele. Daniela ricorda soprattutto quel tipo di attenzione che, all’inizio, sembrava quasi insolita. “Mi chiedevano: ‘Stai bene? Ti trovi bene? Tuo marito come sta? Avete fatto amicizia?’. Non era un approccio limitato al lavoro. Si interessavano al nostro benessere sociale e personale”. Quell’attenzione non si è esaurita una volta superata la fase iniziale. I loro responsabili conoscono i nomi dei figli, Lorenzo e Riccardo, e continuano a chiedere loro come stanno. Per Emanuele è uno dei segnali più evidenti di un sistema che ragiona sul lungo periodo: “Una persona che sta bene, anche psicologicamente e socialmente, è una persona più produttiva. Se invece si brucia rapidamente, non puoi pensare di investire su di lei per anni”.


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