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Delitto d’onore e matrimonio riparatore sono stati aboliti appena 45 anni fa: rimaniamo vigili

Il 5 settembre 1981 in Italia vengono aboliti il delitto d’onore e il matrimonio riparatore, eredità del Codice Rocco e del fascismo. Sembra assurdo pensare che sino a 45 anni fa ancora rimanessero nel codice penale questi due istituti che dimostravano un’ulteriore violenza sulle donne che erano state stuprate o uccise.

Il delitto d’onore in sostanza minimizzava l’uccisione del coniuge, della figlia o della sorella nel caso in cui l’omicidio fosse causato per difendere “l’onore”. Il Codice Penale all’articolo 587 recitava: “Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona, che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella”. In pratica concedeva all’omicida un grosso sconto di pena risultando l’offesa all’onore un valore da tutelare come se fosse più importante della vita di una persona, giustificandone quasi il delitto.

Il matrimonio riparatore regolato dall’articolo 544 del Codice penale, sino alla sua abolizione, prevedeva che il reato di stupro decadesse se il colpevole fosse riuscito a sposare la vittima e fosse disposto ad accollarsi le spese del matrimonio, rinunciando anche alla dote. Questo faceva sì che con il matrimonio la violenza sessuale e i suoi effetti penali si estinguessero, anche in caso di una eventuale già avvenuta condanna.

Due istituti figli della cultura fascista e patriarcale imperante all’epoca della promulgazione del Codice Rocco, nel 1930, ma che inspiegabilmente sono rimasti immutati sino al 1981. Questo ci fa capire quanto la cultura patriarcale era, ed è, così insita nella nostra società, se ci sono voluti così tanti anni per abrogarli.

La donna era vittima due volte: stuprata doveva molto spesso sottostare alle pressioni della sua famiglia che pensava che per “ripristinare” l’onore perduto, e trovare un marito per una donna “disonorata” fosse praticamente impossibile e quindi il matrimonio riparatore fosse l’unica strada per assicurarle una vita “normale” al riparo dalle chiacchiere, dalle malignità e maldicenze della comunità in cui viveva. La società, l’opinione pubblica, la Chiesa non erano indignati, anzi, sostenevano questa prassi perché una donna non più “illibata” non era più in grado di trovare marito e di salvare l’onore suo e della sua famiglia se non con il matrimonio riparatore.

C’è una sovrapposizione delle responsabilità: perdere l’onore è considerato più grave che non lo stupro che sino al 1996 è un reato non contro la persona ma contro la morale e il buon costume. Ci sono voluti veramente tanti anni perché la società iniziasse a capire quanto odiosi fossero il delitto d’onore e il matrimonio riparatore.

Per l’abolizione di quest’ultimo una grossa spinta venne dalla vicenda di Franca Viola, la prima donna a rifiutare il matrimonio riparatore. Questa ragazza coraggiosa, nel 1965 all’età di 17 anni, fu rapita, violentata e segregata in un casolare per molti giorni. Lo stupratore e la sua famiglia contattarono i genitori di Franca per proporre il matrimonio riparatore. Questi ultimi finsero di accordarsi ma invece fecero intervenire la polizia che liberò Franca Viola e arrestò il suo aguzzino, che fu poi condannato a 11 anni di carcere.

Franca Viola, coraggiosa ragazza del Sud, supportata dai suoi genitori, rifiutò il matrimonio riparatore, sfidando la società, e rompendo le tradizioni, retaggio di una cultura maschilista e patriarcale e aprì una breccia che portò ad una prima discussione governativa sull’abrogazione della legge, ma alla politica, con i suoi tempi e le sue modalità occorsero ancora parecchi anni perché si riuscisse ad abrogare sia il matrimonio riparatore che il delitto d’onore.

La riflessione che oggi possiamo fare a 45 anni di distanza è che combattere contro una cultura patriarcale è faticoso e difficile anche oggi, in cui certi concetti sono ardui da scalfire e anzi sembra che spesso ci sia un arretramento su questi temi che si traduce in negazione dei diritti delle donne, in una loro vittimizzazione secondaria, in una cultura maschilista e misogina, in programmi elettorali che prevedono un ritorno al passato che pensavamo veramente di non dover mai più affrontare e che non aiuta di certo a superare il grave fenomeno della violenza sulle donne. Fenomeno che non tende a diminuire come rilevano le cronache di questa estate, costellate da una lunga serie di femminicidi.

Dobbiamo stare all’erta, dobbiamo essere vigili perché i diritti acquisiti non sono per sempre e dobbiamo difenderli da ideologie fasciste che stanno, purtroppo, riaffermandosi.


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