Umbria

Quel piano casa del Governo che non convince. L’Umbria mette al centro le fragilità

In Umbria la nuova riforma regionale dell’edilizia residenziale pubblica si inserisce in un quadro nazionale in cui il tema della casa torna centrale, ma con approcci molto diversi tra livelli istituzionali. Da un lato la Regione rivendica un rafforzamento delle tutele e dell’accesso agli alloggi popolari, dall’altro il dibattito sul cosiddetto “Piano casa” del governo Meloni, come evidenziato da diverse analisi e interviste a esperti del settore, solleva dubbi sulla reale capacità delle politiche nazionali di rispondere alla domanda abitativa crescente.

La modifica della legge regionale 23 del 2003 rappresenta per Palazzo Donini un tentativo di riordinare il sistema dell’edilizia residenziale pubblica, con l’obiettivo dichiarato di mettere al centro le situazioni di fragilità. Famiglie numerose, genitori soli, anziani con redditi bassi, persone con disabilità e nuclei seguiti dai servizi sociali rientrano tra le categorie prioritarie, insieme a donne seguite dai centri antiviolenza e persone coinvolte in sfratti o percorsi di vulnerabilità sociale.

Sul piano tecnico, la Regione ha anche recepito alcune pronunce della giurisprudenza che avevano dichiarato incostituzionali requisiti come l’anzianità di residenza, il possesso di determinati requisiti patrimoniali e l’obbligo di incensuratezza. Un passaggio che, secondo l’assessorato, dovrebbe ridurre il contenzioso e accelerare le graduatorie.

Accanto a questo impianto, la giunta regionale sottolinea il tema delle risorse: nel 2024 in Umbria si sono registrati oltre 550 sfratti, in larga parte per morosità, e viene richiamata la mancanza di un Piano casa nazionale strutturato e il taglio di strumenti come il contributo affitti e il fondo per la morosità incolpevole. Nel documento regionale viene inoltre indicata la previsione di 20 milioni di euro nella riprogrammazione del Fesr per sostenere il nuovo piano.

È proprio sul rapporto tra annunci e risorse reali che si innesta però il dibattito nazionale. Secondo l’analisi di esperti del settore abitativo, come riportato da Fanpage in una recente intervista al presidente del comitato “Ma quale casa”, il rischio è che il Piano casa del governo si traduca in misure parziali e soprattutto in una forte dipendenza dai fondi già esistenti o da soggetti privati, senza un reale aumento dello stock di edilizia pubblica.

In particolare, viene sottolineato come una parte delle risorse annunciate per la riqualificazione di circa 60mila alloggi popolari in dieci anni non sia nuova, ma deriverebbe dalla riprogrammazione di fondi già destinati ad altri interventi, tra cui progetti di rigenerazione urbana dei Comuni e fondi europei per il clima. Una scelta che, secondo questa lettura, rischia di spostare risorse da territori medio-piccoli verso grandi centri urbani, con effetti di squilibrio nella distribuzione degli investimenti.

Un altro nodo riguarda la cosiddetta “fascia grigia”, cioè quella parte di popolazione che non ha accesso all’edilizia popolare ma non riesce a sostenere i costi del mercato privato. In questo segmento, secondo l’analisi, il Piano nazionale affiderebbe un ruolo centrale ai fondi di investimento privati e a operazioni di housing a canone calmierato o studentati, già sperimentate in diverse città italiane con risultati giudicati non sempre accessibili alle fasce più deboli.

Secondo i dati del sistema informativo regionale sull’edilizia pubblica, gli alloggi Ater disponibili risultano inferiori alla domanda potenziale espressa dalle graduatorie comunali, con tempi di attesa che in alcuni casi superano diversi anni. Un elemento che si inserisce in una tendenza nazionale, dove le liste per l’accesso alle case popolari contano centinaia di migliaia di richieste non soddisfatte.

Il rischio, evidenziato nel dibattito nazionale, è che in assenza di un incremento significativo dell’offerta pubblica e di risorse aggiuntive stabili, le politiche abitative si traducano in interventi frammentati e in una crescente esternalizzazione al settore privato, con conseguenze sulla reale accessibilità economica degli alloggi.

In questo contesto, la riforma umbra si colloca come tentativo di rafforzare la rete di protezione sociale, mentre il quadro nazionale resta oggetto di confronto politico e tecnico sulla capacità effettiva di incidere sull’emergenza abitativa, soprattutto nelle fasce intermedie della popolazione.

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