Friuli Venezia Giulia

No xe storie | Modena e la paura che fingiamo di non vedere

17 maggio 2026 – ore 06:30 – Ieri pomeriggio, nel centro di Modena, un uomo ha trasformato una macchina in un’arma. Via Emilia Centro, famiglie, tavolini, biciclette, passanti. Poi l’accelerazione improvvisa, il caos, i corpi a terra, le urla, il sangue sull’asfalto. Un copione che l’Europa conosce ormai troppo bene e che l’Italia, fino a oggi, aveva avuto la fortuna di osservare quasi sempre da lontano. L’uomo fermato ha trentun anni, è italiano di origine marocchina, vive nel Modenese, ha una laurea in Economia ed era stato seguito in passato dai servizi psichiatrici. Gli inquirenti stanno ricostruendo le sue ultime settimane, i contatti, le frequentazioni online, gli eventuali segnali ignorati. Le accuse sono pesantissime: strage e lesioni gravissime. Ma almeno per ora non si parla di terrorismo. Eppure il punto è proprio questo: la paura collettiva non aspetta le definizioni giuridiche. Quando un uomo lancia deliberatamente un’auto contro i pedoni nel cuore di una città europea, il riflesso mentale è immediato. Nizza, Berlino, Barcellona, Londra. Località che negli ultimi anni sono diventate simboli di una nuova forma di violenza: rapida, improvvisa, difficilmente prevedibile. Bastano pochi minuti, un mezzo qualunque, una folla, e il panico si diffonde. Il terrorismo contemporaneo ha modificato la percezione dello spazio urbano occidentale. Non servono più grandi organizzazioni visibili o strategie militari sofisticate. È sufficiente insinuare l’idea che la normalità possa spezzarsi in qualsiasi momento. Ed è proprio questa sensazione a pesare oggi sull’Europa più ancora delle statistiche o delle qualificazioni investigative.

L’Italia, però, non è un Paese che scopre oggi il significato della paura. La nostra storia repubblicana è passata attraverso gli anni di piombo, le bombe nelle piazze, gli omicidi politici, i rapimenti, le stragi nelle stazioni, le scorte massacrate per strada. Per anni il terrorismo ha tentato di destabilizzare le istituzioni democratiche italiane, colpendo magistrati, giornalisti, politici, uomini dello Stato e cittadini comuni. Eppure il Paese è riuscito a resistere senza rinunciare alla propria struttura democratica. Questa memoria oggi sembra quasi scomparsa dal dibattito pubblico. E invece dovrebbe tornare centrale, perché ricorda una verità fondamentale: il terrorismo può essere sconfitto. È già accaduto. Non attraverso la paura permanente, non trasformando le città in caserme, ma mantenendo salde le istituzioni e la coesione sociale. Oggi invece l’Europa sembra vivere dentro un equilibrio molto più fragile. Le reazioni istituzionali al caso di Modena sono state prudenti. Sergio Mattarella ha espresso vicinanza ai feriti e ringraziato i cittadini intervenuti. Palazzo Chigi ha invitato ad attendere le verifiche investigative. Il Viminale ha rafforzato il monitoraggio informativo. Nessuno ha evocato ufficialmente una matrice jihadista senza prove. Ed è corretto che sia così. Ma sarebbe altrettanto sbagliato fingere che il tema non esista. Perché il problema europeo contemporaneo è anche linguistico e culturale: esiste una crescente difficoltà nel nominare le paure collettive senza essere immediatamente trascinati dentro schemi ideologici o tifoserie politiche.

La realtà, però, continua a imporsi al di là delle formule prudenti. Le città europee sono cambiate profondamente negli ultimi vent’anni. Sono cambiate le abitudini, la percezione della sicurezza, il rapporto con gli spazi pubblici. Oggi perfino una passeggiata serale richiede telecamere, pattugliamenti, controlli straordinari, fioriere antisfondamento, presidi fissi nelle aree sensibili. Le piazze non sono più soltanto luoghi di incontro: sono diventate spazi da proteggere. Trieste racconta bene questa trasformazione. Piazza Venezia, il quadrante della movida tra via Torino e Cavana, viene ormai gestita ogni fine settimana come un’area a rischio. Controlli continui, presenza costante delle forze dell’ordine, tensioni ricorrenti, episodi di violenza che si ripetono con frequenza crescente. Piazza Libertà, invece, rappresenta il simbolo di una fragilità urbana permanente: degrado, microcriminalità, interventi continui delle pattuglie, allarmi sociali che si susseguono quasi quotidianamente. È cambiato il modo in cui leggiamo le città. E soprattutto è cambiato il modo in cui viviamo la libertà dentro gli spazi pubblici. Vent’anni fa sarebbe stato impensabile vedere soldati armati davanti alle stazioni ferroviarie o mezzi blindati durante gli eventi pubblici. Oggi è normalità. Ci siamo adattati lentamente alla logica dell’emergenza continua, spesso senza rendercene conto. Ed è proprio questo il rischio più profondo: abituarsi progressivamente a vivere nella paura come se fosse una condizione inevitabile della contemporaneità.

Naturalmente il terrorismo islamista non è l’unica minaccia dell’Europa contemporanea. Esistono disagio psichiatrico, marginalità sociale, radicalizzazioni individuali, fallimenti educativi, solitudini violente. Sarebbe superficiale ridurre tutto a un’unica matrice. Ma è altrettanto evidente che il terrorismo jihadista ha avuto un impatto psicologico enorme sull’Occidente, modificando il nostro immaginario quotidiano più di qualsiasi altra forma recente di violenza. Ha cambiato il modo in cui guardiamo una folla, uno zaino abbandonato, un uomo agitato, un’auto che accelera all’improvviso. Ed è qui che si misura la vittoria più inquietante del terrore: non soltanto nelle vittime, ma nella capacità di trasformare il sospetto in una postura permanente delle società europee. Il caso Modena potrebbe non avere alcuna matrice islamista. Saranno le indagini a stabilirlo. Ma il fatto che milioni di persone lo abbiano pensato immediatamente racconta già qualcosa del clima psicologico in cui vive oggi l’Europa. Una società che prova continuamente a rimuovere le proprie paure finisce spesso per esserne dominata ancora di più. Perché ignorare i problemi non significa eliminarli. Significa soltanto lasciare che crescano nel silenzio. E allora Modena non è soltanto un episodio di cronaca. È uno specchio. Dentro quel riflesso si vede un Paese che fatica a riconoscere le proprie strade, le proprie piazze, il proprio rapporto con la sicurezza e persino con la libertà quotidiana.

L’editoriale è di Francesco Viviani

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