Società

Preferiamo un adulto preparato o l’algoritmo?”, la legge sull’educazione sessuale divide la scuola: “Se a casa non se ne parla, i ragazzi vanno online

Diventa legge il provvedimento che riscrive le regole per l’educazione affettiva e sessuale a scuola.

Il testo, fortemente voluto dal ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, introduce il consenso informato scritto dei genitori per qualsiasi attività extracurricolare o progetto scolastico dedicato a questi temi nelle scuole secondarie di primo e secondo grado (medie e superiori). Nessuna deroga. Per le scuole dell’infanzia e primaria, invece, il divieto è assoluto: questi argomenti non possono essere affrontati in alcuna forma.

I quattro pilastri della legge

La nuova disciplina si basa su quattro punti chiave. Primo: per le secondarie, l’acquisizione del consenso informato dei genitori – o degli stessi studenti se maggiorenni – diventa obbligatoria. Secondo: prima di chiedere l’autorizzazione, l’istituto deve fornire alle famiglie informazioni dettagliate su obiettivi, contenuti, materiali didattici ed eventuali esperti esterni coinvolti. Terzo: per chi non firma, la scuola è tenuta a predisporre attività formative alternative. Quarto: nelle scuole dell’infanzia e primaria il divieto di affrontare sessualità e affettività è assoluto.

Il commento dell’opinione pubblica si è subito diviso: da una parte chi rivendica il primato educativo della famiglia, dall’altra gli insegnanti che denunciano il rischio di lasciare i ragazzi soli di fronte a fonti non affidabili.

La voce di Enrico Galiano: “Magari fosse vero che a casa se ne parla”

Sulle colonne de Il Nord Est, lo scrittore e docente Enrico Galiano ha raccolto e commentato le parole di un lettore che scriveva: “L’educazione affettiva e sessuale spetta alla famiglia, la scuola deve tornare al ruolo di insegnamento e sviluppo del senso critico, non alla politica ideologizzata”. Galiano risponde da insegnante di scuola media. “Magari fosse sempre così – scrive –. Magari tutti i ragazzi arrivassero a scuola avendo già parlato a casa di corpo, rispetto, consenso, desiderio, paura, limiti, contraccezione, pornografia, foto intime, relazioni sane”.

Poi entra in classe. E scopre che, secondo i dati di Save the Children, uno studente su tre non riceve alcuna educazione sessuale in famiglia. L’Osservatorio Durex-Skuola.net aggiunge un altro numero: quasi un ragazzo su due non parla di sesso e contraccezione con i genitori. “Allora se a casa non se ne parla – si chiede Galiano – dove vanno? Lo sappiamo: online. Nelle chat. Su TikTok. Dall’amico che ha capito tutto della vita perché ha visto due video e mezzo”.

Le domande che non arrivano in forma elegante

A 14 anni le domande sono tantissime, ma raramente vengono formulate come richieste formali. Arrivano storte, con una battuta, con una risata, mentre lo studente guarda per terra. “Se lì non c’è un adulto capace di stare dentro quella domanda senza scandalizzarsi – osserva Galiano –, quella domanda se ne va da un’altra parte. E non sempre torna meglio”.

Il docente difende il ruolo della scuola anche su questi temi: “Leggere, oggi, vuol dire anche saper leggere un messaggio che dice: ‘Se mi ami, mandami una foto’. Vuol dire leggere la differenza tra gelosia e possesso. E scrivere vuol dire anche trovare le parole per dire: ‘Questa cosa non mi va’. ‘Mi hai fatto stare male’. ‘Ho bisogno di aiuto’”. E conclude con una domanda diretta ai sostenitori della legge: “Preferiamo che a dargliele sia un adulto preparato, o vogliamo lasciar fare all’algoritmo, al gruppo WhatsApp, al porno su internet e al ‘bro, fidati, che col coito interrotto vai sul sicuro’?”.

La legge è ora in vigore. Spetterà alle scuole organizzare le attività alternative per gli studenti le cui famiglie non firmeranno il consenso, mentre il dibattito tra chi invoca la libertà educativa delle famiglie e chi teme l’abbandono dei ragazzi al web è destinato a proseguire.


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