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Perché un generale come Vannacci non potrebbe mai seguire uno come me (o per me sarebbe una sconfitta)

Tanti anni fa sui Navigli incontrai un mio seguace, era un bellissimo uomo sui 60 anni, capelli brizzolati e due occhi di un azzurro purissimo, un azzurro non freddo ma caldo, accogliente, umano, con guizzi di ironia giocosa; ci sedemmo al tavolo di un bar e mi disse: “Non indovinerai mai che lavoro faccio”.

Le provai tutte: chimico, spazzino, minatore, venditore di cammelli, idraulico, fisioterapista, industriale, tessitore, psicologo, gruista, proctologo, niente da fare. Era divertito “Ti arrendi? Non ci arriverai mai. Ok, sono un generale dell’ esercito italiano”. Un generale dell’ esercito italiano che segue le avventure di un filmmaker poeta fancazzista con il cuore a sinistra? Non ci potevo credere, ero sbalordito ma nello stesso tempo gratificato, e non solo mi seguiva, aveva voluto anche conoscermi personalmente e offrirmi un gin tonic sui Navigli!

La varietà dell’essere umano è sorprendente tanto quanto la varietà del mio pubblico: gigolò, no vax complottisti, poeti, private banker, psichiatri, fotografi, necrofori, transessuali siciliani, depressi cronici, etc etc, ma un generale dell’esercito mi mancava. Ero felicissimo, significava che potevo arrivare a chiunque, a ogni tipologia umana, e non dimenticherò mai quell’incontro sorprendente.

Di una cosa però sono certo: un generale come Vannacci non potrebbe mai seguire uno come me, e se lo facesse sarebbe per me il segno di una colossale sconfitta spirituale. Se fondassi un partito politico il mio motto sarebbe: prima i migranti, poi gli italiani. Sono sempre stato dalla parte dei più deboli, di chi fugge dalla miseria o dalla guerra, sono per un’accoglienza multicolore e musicale, sono per la costante fusione interrazziale (senza invidia del pene, ma anzi con applauso accademico), per lo scambio etnico culturale, sono per la pigmentazione arcobaleno, e francamente le tristi mozzarelline italiane mi fanno spesso pietà. Soprattutto le mozzarelline col siero a destra e il sovranismo nella burrata cerebrale e il fascismo nella stracciatella della storia.

Il linguaggio ci rivela. Ho sentito il generale Vannacci alla Versiliana usare questo aggettivo per la legislazione della razza ai tempi del Duce mascellato: sono state leggi incresciose. Vi giuro, ha detto incresciose! E probabilmente trova i campi di sterminio altamente disdicevoli a questo punto. E la Shoah una imperdonabile mancanza di gusto, se tanto mi dà tanto. E intanto Sallusti-Nosferatu annuiva con mezzo ghigno e la camicia bianca confidenzialmente sbottonata sull’abbronzatura briatoresca.

E mi sono detto: remigrazione! Remigrazione per questi due e tutti quelli che li votano. Rimandiamoli da dove sono venuti: in un sacchetto di patatine scadute o in un libro ingiallito e polveroso del “ventennio” con la v minuscola. Liberiamo l’Italia! E poi basta con questa parola che sputano sempre dalle fauci sbavate: sicurezza, sicurezza, sicurezza. Sostituiamo sicurezza con equità. Equità sociale per tutti. E poi condivisione, accoglienza, ospitalità per arrivare finalmente alla vera parola liberatrice: felicità.

La felicità non potrà mai arrivare da uno così, uno che definisce le leggi razziali “incresciose”. Il linguaggio ci rivela e questo Vannacci è veramente increscioso. Non come il mio generale, quello con gli occhi azzurri che volle conoscermi di persona; da quel generale mi arrivò una forma di felicità: lo stupore per la varietà umana e soprattutto per la varietà dei generali. Perché la vita è uno spettacolo di varietà e più colori ci sono più felicità è possibile. Le uniformi uccidono.


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