Perché la grande fatica non ferma Jannik

Il 6 marzo, un venerdì di sole pieno nel deserto della Coachella Valley, Jannik Sinner entra in campo contro il ceco Dalibor Svrcina al secondo turno di Indian Wells. Dura poco, 65 minuti e 6-1 6-1, l’impari duello contro il numero 109 ATP. Quello in California è l’unico Masters 1000 sul cemento che l’italiano non ha ancora vinto. Colma la lacuna il 15 marzo battendo in finale Daniil Medvedev (7-6 7-6).
Settanta giorni dopo, al Foro Italico Sinner si trova di nuovo ad affrontare Medvedev, stavolta in semifinale. Da quando ha eliminato Svrcina, non ha più subito sconfitte. Sarebbe probabilmente il suo ventottesimo successo di fila se la partita non venisse sospesa per la pioggia battente sul punteggio di 6-2 5-7 4-2. Si riprende domattina.
Sei i match vinti da Jannik a Indian Wells, altrettanti a Miami, cinque a Monte Carlo, sei a Madrid, quattro finora a Roma. Sono suoi i titoli di tutt’e quattro i Masters 1000 dell’inverno-primavera 2026 più quello indoor alla Paris-Defense che aveva chiuso la stagione 2025: l’impresa non era mai riuscita a nessuno. Un percorso trionfale che è anche una fatica immane. Il numeri che illuminano le ragioni della stanchezza di Sinner – oggi a tratti quasi ostentata – possono essere molti: per esempio, i 2,5 giorni trascorsi mediamente tra una partita e la successiva, gli almeno ventimila chilometri macinati in aereo sulle tratte transatlantiche, transamericane ed europee, i quattro giorni senza impugnare una racchetta che ha avuto dal 6 marzo a oggi. Dopo il quarto di finale di ieri contro Andrey Rublev, vinto 6-2 6-4, le parole del ragazzo rosso erano state inequivocabili: “Sento un po’ di fatica, ho giocato tanto negli ultimi mesi”. Il suo corpo chiede una pausa, come quando Forrest Gump ammise di sentirsi “stanchino”. E Jannik aveva chiosato: “Se dovesse andare male qui a Roma (in semifinale contro il moscovita ndr), avrò più tempo per recuperare per lo slam di Parigi”, che resta il suo obiettivo principale dell’anno.
Sarebbe però un errore raccontare la stanchezza di Sinner come una storia singolare. Sul Centrale, poche ore prima, nella sua semifinale Luciano Darderi non entra mai in partita, incapace com’è di tenere il ritmo di Casper Ruud (6-1 6-1). Gambe lente, scambi corti, lucidità a tratti. Le sue precedenti imprese consecutive lo hanno evidentemente schiantato: contro Alexander Zverev, numero 3 del mondo, aveva dovuto annullare quattro match point nel secondo set prima di debordare nel terzo (1-6 7-6 6-0); contro il talento spagnolo Rafael Jodar (7-6 5-7 6-0) era stata una maratona di tre ore e otto minuti, interrotta dai fumogeni dei festeggiamenti dell’Inter per la Coppa Italia nel vicino Olimpico e finita alle due di notte di giovedì. Il defaticamento, il ghiaccio, la fisioterapia, la cena, le conferenza stampa, la frugale cena gli avevano portato via almeno altre tre ore. Poi il sonno, di sicuro poco ristoratore. I bioritmi saltano anche a chi ha 24 anni ed è un atleta. Quando oggi il temporale fa sospendere il primo set, Ruud conduce già 4-1. Nulla cambia alla ripresa, ed il secondo set risulta quasi umiliante per l’italo-argentino. È lo stesso problema di Sinner, semplicemente declinato in scala diversa: fatica accumulata vs. fatica recente.
Il dubbio non è se Sinner sia stanco. Il dubbio, casomai, è sugli effetti futuri di tanta stanchezza. Il Roland Garros comincia tra dieci giorni. È l’unico Slam che gli manca. La sconfitta in finale dello scorso anno contro Carlos Alcaraz è una ferita aperta. Arrivare a Parigi con il serbatoio vuoto sarebbe un suicidio strategico. Qualcuno si è chiesto se la semifinale di stasera non fosse, paradossalmente, una di quelle partite da perdere. All’inizio del secondo set, quando Medvedev maramaldeggia, forse perfino Jannik pensa di gettare la spugna. O forse no, è nella sua natura lottare fino allo sfinimento.
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