parla il sopravvissuto della mattanza di Casalotti
«Quando ho spinto la porta ed sono entrato, ha cercato di tagliarmi la testa». Le parole di Amir Ayan Hossain Uddin al Tg1 scendono come una scure nel silenzio di una tragedia che ha lasciato la Capitale senza fiato.
Il ragazzo, appena vent’anni, è l’unico sopravvissuto al massacro di via Montiglio, nel quartiere di Casalotti, dove il 26 giugno scorso sono stati trucidati a colpi di mannaia suo padre Kamal Uddin Babul (39 anni), sua madre Jahan Hosne Momotay (38) e la sorellina Islam Arowa, una bambina di appena otto anni.
Il presunto carnefice, Shahadat Hossain, connazionale di 43 anni, è da allora un fantasma braccato dalle forze dell’ordine in tutto il Paese.
Il giovane ha riavvolto il nastro di quei minuti d’inferno in un’intervista al Tg1, descrivendo la freddezza agghiacciante del killer rimasto ad attenderlo all’interno dell’appartamento dello sterminio.
La trappola in un appartamento tirato a lucido
Secondo il racconto del ventenne, l’assassino non ha mostrato alcun segno di cedimento dopo aver sterminato l’intera famiglia.
Aveva pianificato tutto, compresa l’eliminazione dell’ultimo figlio. «Mi aspettava nascosto dietro la porta d’ingresso — ha spiegato Amir —. Quando sono rincasato, nell’abitazione era tutto pulito, in ordine. Non si vedeva nulla». L’arma del delitto, una pesante mannaia, sarebbe stata recuperata dal killer direttamente all’interno delle mura domestiche, «forse presa in cucina».
La cronologia del dramma si lega a un ultimo, disperato contatto telefonico tra Amir e suo padre.
«Il proprietario di casa aveva chiamato papà dicendogli che forse la mamma aveva avuto una brutta discussione con qualcuno in giornata. Io allora gli ho detto: “Vai subito a vedere, controlla”. Quella è stata l’ultima volta che ci ho parlato. Dopo quel momento ho provato a chiamarlo tantissime volte sul cellulare, ho cercato anche la mamma, ma nessuno rispondeva più. Per questo sono tornato di corsa a casa».
Lì ha trovato l’agguato, a cui è scampato per un soffio prima di dare l’allarme. Oggi il ragazzo si ritrova solo al mondo: alla domanda su cosa veda nel suo domani, risponde con un filo di voce «non lo so». Poi si appella agli inquirenti: «La mia richiesta è una sola: arrestatelo subito».
Identikit ai valichi di frontiera: l’ipotesi della fuga in bici
Nel frattempo, la caccia all’uomo si è estesa oltre i confini della Capitale. Il quarantatreenne ricercato sembra essere svanito nel nulla, ma gli investigatori stanno battendo una pista precisa: l’uomo potrebbe essere fuggito subito dopo il triplice omicidio a bordo di una bicicletta elettrica, muovendosi rapidamente prima che scattasse il piano di posti di blocco delle forze dell’ordine.
I punti chiave dell’inchiesta sulla strage
Ricerche a tappeto: Segnalazioni inviate a tutte le questure d’Italia e monitoraggio rigido ai valichi di frontiera per scongiurare l’espatrio.
La pista del denaro: Gli inquirenti scavano nella vita del latitante e nei suoi rapporti con la famiglia della vittima. L’ipotesi principale è quella di un forte dissidio economico.
I rilievi scientifici: Al vaglio i filmati delle telecamere della zona per tracciare la via di fuga.
Parallelamente alle indagini sul campo, si muove la macchina della medicina legale. Presso il Policlinico Agostino Gemelli, l’équipe della Cattolica del Sacro Cuore guidata dal professor Antonio Oliva ha avviato le autopsie sui corpi dei tre cittadini bengalesi.
Gli esami necroscopici dovranno fornire alla Procura di Roma risposte fondamentali: stabilire l’orario esatto in cui è stata compiuta la mattanza e mappare la sequenza dei colpi inferti dal killer, elementi chiave per blindare l’impianto accusatorio contro il latitante.
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