Piemonte

Paladino: “Il divario salariale rende le donne più vulnerabili Iniziamo a educare le bambine”


Non possono accedere al conto corrente, alle carte di credito e ogni singola spesa deve essere “approvata” dal compagno. Non si tratta solo di “litigare per i soldi”, la violenza economica è un fenomeno che riguarda tutta una serie di comportamenti maschili che hanno lo scopo preciso di esercitare potere e controllo sulle donne. Secondo un’analisi condotta dal Telefono Rosa del Piemonte, il 33,3% di chi chiama subisce o ha subito questo genere di abuso. All’origine della violenza c’è un mix di fattori, culturali e sociali. In questo senso, la disparità salariale tra uomo e donna costituisce un terreno fertile per lo sviluppo della violenza, sostiene la direttrice del Museo del Risparmio di Torino di Intesa Sanpaolo, Giovanna Paladino che oggi invita a investire sull’educazione finanziaria durante l’infanzia: «Puntiamo sulle bambine».

Paladino, i dati che riguardano la violenza economica sono allarmanti e si ritiene possano essere anche molto sottostimati. Qual è la realtà?

«È una situazione che purtroppo non sorprende, perché la violenza economica è una forma di abuso ancora poco riconosciuta. Si manifesta attraverso il controllo del denaro, la limitazione dell’accesso alle risorse economiche o l’ostacolo all’autonomia lavorativa, fino a rendere la persona finanziariamente dipendente».

Il gender gap salariale che ruolo ha?

«Partiamo col dire che, in Italia, il tasso di occupazione femminile è pari al 54%, contro il 70,9% degli uomini, tra i più bassi d’Europa. Il carico familiare poi continua a rappresentare uno dei principali ostacoli alla partecipazione al mercato del lavoro. A questo si aggiunge il persistente divario retributivo e di carriera, che si traduce in minori redditi, minore capacità di risparmio e pensioni più basse. Queste disuguaglianze possono diventare il terreno su cui si sviluppa la violenza economica».

In che modo?

«Quando una persona dispone di meno risorse economiche o è costretta a dipendere dal reddito del partner, diventa più difficile sottrarsi a una relazione abusante. Per questo l’indipendenza economica non riguarda solo il denaro, ma rappresenta una condizione fondamentale di libertà, dignità e autodeterminazione».

E dove si può intervenire?

«L’educazione finanziaria è uno dei principali strumenti di prevenzione della violenza economica. Le nostre ricerche mostrano che molte donne tendono ancora a delegare le decisioni finanziarie e non considerano prioritario sviluppare competenze economiche, proprio mentre il divario di alfabetizzazione finanziaria continua a essere significativo. Per questo il Museo del Risparmio promuove da anni iniziative dedicate all’empowerment femminile. Abbiamo formato sensibilizzato circa 30 mila donne attraverso progetti, eventi e webinar e raggiunto oltre 140 mila visualizzazioni con le campagne dedicate al gender gap in finanza».

Tra le iniziative più recenti c’è il percorso dal titolo parlante “Da Regina della casa a Money Queen”.

«Sì e poi abbiamo fatto gli incontri “Insieme per l’indipendenza economica femminile” e “Love bombing, romance scam e violenza economica”. Ci rivolgiamo anche a studentesse, donne in situazioni di fragilità, vittime di violenza e detenute. Recentemente poi abbiamo anche realizzato, insieme a Flitin Financial Literacy International Network, una brochure che, attraverso storie ispirate a situazioni reali, aiuta le donne a riconoscere i segnali della violenza economica».

Ritiene che le nuove generazioni siano più sensibili al tema?

«Mostrano una sensibilità crescente, ma il cambiamento culturale richiede continuità e deve iniziare molto presto».

Cosa intende?

«L’educazione finanziaria va introdotta fin dall’infanzia, perché il rapporto con il denaro si costruisce nella quotidianità. C’è un aspetto a cui tengo particolarmente: se parliamo di uno strumento come la paghetta, questa deve essere data anche alle bambine e alle ragazze».

Perché?

«È una questione di educazione. Gestire un piccolo budget, imparare a risparmiare e a fare scelte consapevoli significa acquisire fiducia nelle proprie capacità e comprendere il valore dell’indipendenza economica».

Come a dire che bisogna puntare sulle bambine?

«Le statistiche ci dicono che le donne hanno meno confidenza con il denaro e con gli strumenti finanziari rispetto agli uomini: il 70% risparmia, ma solo il 45% investe, contro il 62% degli uomini, mentre una donna su cinque dichiara di non possedere un conto corrente personale. Offrire alle bambine le stesse opportunità di responsabilità economica significa contribuire a colmare questo divario fin dalle prime esperienze. È così che si costruisce una cultura dell’autonomia, capace di rafforzare la consapevolezza, la libertà di scelta e, nel lungo periodo, di ridurre anche la vulnerabilità rispetto a forme di violenza economica».

©RIPRODUZIONE RISERVATA


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