Cultura

Opus Kink – The Sweet Goodbye

Con influenze che vanno dal post-punk al jazz, i britannici Opus Kink fanno il loro debutto sulla lunga distanza con “The Sweet Goodbye”, un album che si è fatto attendere a lungo dai seguaci di un gruppo che aveva già raccolto non poche attenzioni nel corso degli ultimi anni, con una sfilza importante di singoli ed EP pubblicati tra il 2019 e il 2026.

Oggi il sestetto di Brighton ci propone finalmente la portata principale, e il risultato finale è molto meno spiazzante di quel che ci si sarebbe potuti aspettare. Intendiamoci: “The Sweet Goodbye” è un buon album, caratterizzato da un sound notturno ma vivace nel quale a farla da padrone sono i fiati.

C’è molta no wave nella musica degli Opus Kink, che sicuramente saranno stati influenzati da James Chance. E ci sono anche le sporche venature blues che erano alla base di un altro gruppo contraddistinto dalla presenza del sassofono, ovvero i Morphine del compianto Mark Sandman.

Forse però manca ancora quel pizzico di vera stravaganza che gli avrebbe permesso di imporsi, sin da subito, come band genialoide impossibile da etichettare. Per ora, sono troppo attenti a non uscire fuori dai confini di un post-punk sì energico e aggressivo, ma tutto sommato tradizionale nel contesto revival.

Ascoltando “The Sweet Goodbye”, non si ha mai l’impressione di trovarsi di fronte a qualcosa di sopra le righe. Eppure in rete circolano racconti di concerti infuocati, di performance dal vivo capaci di ribaltare i locali; di quella dimensione, però, il disco restituisce ben poco.

Tutto suona fin troppo ordinato per poter essere definito realmente eccitante. Certo, non mancano episodi gustosamente ballabili, carichi di groove, come “Will It Come For You?” e “I’m A Pretty Showboy”, ma quello che latita è la bordata selvaggia, il fiato che sa di alcol e di lussuria, la sporcizia vera che il post-punk più incendiario ha sempre portato con sé.

In molti hanno descritto gli Opus Kink come una sorta di band da pub infernale, macchina musicale caotica e grottesca capace di evocare il teatro dell’assurdo e il cabaret espressionista di matrice brechtiana e weiliana.

Per ora, quella promessa resta solo in parte mantenuta: “The Sweet Goodbye” è comunque una produzione di buon livello, ma non troppo distante da un certo revival post-punk fin troppo levigato, fatto di grande attenzione alle melodie, ritornelli ben scolpiti, suoni fin troppo puliti e definiti per un genere che dovrebbe invece grondare sudore.

Agli Opus Kink servirebbe scoprire con più convinzione il proprio lato punk e selvaggio, magari tornando a ripassarsi qualche pagina dei Birthday Party e dei Foetus più teatrali e fuori controllo.


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