Società

Ma il professore sa riconoscere un compito scritto dall’AI?”, ecco cosa nessun regolamento può evitare: “La sfida (vera) è insegnare a chi insegna

Che l’intelligenza artificiale fosse entrata nelle aule, ormai, non era più un segreto per nessuno. Ma la velocità con cui si è imposta, scavalcando ogni filtro e ogni programmazione didattica, ha colto il mondo della scuola in una posizione scomoda: quella di dover rincorrere una rivoluzione già in atto.

Mentre il Parlamento europeo varava l’AI Act e il Ministero dell’Istruzione invitava alla riflessione, sono stati i dirigenti scolastici, i presidi, a trovarsi in prima linea. Sono loro, infatti, a dover gestire il corto circuito quotidiano tra l’entusiasmo tecnologico degli studenti e la cautela, talvolta il timore, di docenti e famiglie. E sono loro a dover scrivere le prime, fragili, regole di un gioco che cambia ogni giorno.

L’onda lunga dell’innovazione e la fragilità delle regole

“Non siamo preparati, ma non possiamo più permetterci di non esserlo”. È il mantra che risuona nei corridoi dei presidiati italiani. Il fenomeno è esploso con l’arrivo di chatbot sempre più performanti, capaci di scrivere temi, risolvere equazioni e produrre elaborati in pochi secondi. Per molti studenti, la tentazione di usare questi strumenti come “scorciatoia” è stata irresistibile. Per i dirigenti, si è aperto immediatamente un problema duplice: da un lato, la necessità di arginare gli abusi e il rischio di un apprendimento superficiale; dall’altro, l’opportunità di trasformare questi strumenti in alleati della didattica.

Il punto dolente, come sottolineano molti presidi, è che il regolamento interno non può limitarsi a un elenco di “vietato”. Deve essere un patto educativo che coinvolga tutta la comunità. “Non possiamo pensare di mettere il lucchetto alla tecnologia”, spiega un dirigente di un liceo al Corriere della Sera. “Se proibiamo l’uso dell’AI in classe, gli studenti la useranno ugualmente a casa, senza alcuna supervisione e senza alcuna consapevolezza critica. Il nostro compito è insegnare loro a farne un uso corretto, non a demonizzarla”.

Le grandi paure dei presidi: dipendenza, privacy e omologazione

Tre sono i grandi spettri che agitano i sonni dei dirigenti scolastici.

Il primo è quello della dipendenza cognitiva. L’AI risponde subito, non si stanca e non giudica. Per uno studente, è un rifugio comodo. Ma se il cervello non si allena alla fatica del pensiero, cosa succederà alla capacità di analisi e di sintesi delle prossime generazioni? “Ho già visto ragazzi che, davanti a un problema di fisica, invece di ragionare, aprono il telefono e cercano la risposta pronta”, racconta un preside di un istituto tecnico. “Il problema non è il mezzo, ma la rinuncia al pensiero critico. E noi dobbiamo insegnare a dubitare anche di ciò che produce una macchina”.

Il secondo è la privacy e la gestione dei dati sensibili. Le scuole italiane gestiscono un’enorme mole di informazioni delicate: i PDP  per studenti con disturbi dell’apprendimento, le diagnosi, le valutazioni psicologiche, le situazioni familiari complesse. Inserire questi dati in un sistema di AI esterno equivarrebbe a violare la privacy degli studenti. Molti dirigenti stanno già vietando l’uso di tali strumenti per l’inserimento di queste informazioni, ma la tentazione di “velocizzare” la burocrazia è forte. “Basta un attimo di distrazione e una diagnosi finisce su un server dall’altra parte del mondo”, avverte un’altra preside, “perché l’AI è comoda, ma spesso non sai dove vanno a finire i tuoi dati”.

Il terzo spettro, più sottile, è quello dell’omologazione culturale. L’AI generativa si nutre di dati e restituisce risposte “medie”, statisticamente probabili. Questo significa che, se usata in modo acritico, tende a standardizzare il pensiero. I temi scritti con l’AI suonano tutti simili, le argomentazioni seguono gli stessi schemi, la creatività e l’originalità vengono schiacciate dall’efficienza. “Il rischio è che formiamo studenti che sanno usare benissimo il prompt, ma che non sanno più porsi le domande giuste”, riflette un dirigente.

I regolamenti: tra divieti e concessioni

In risposta a tali paure, molti istituti si stanno dotando di veri e propri regolamenti sull’uso dell’AI. La tendenza, come emerge dalle prime esperienze, è quella di un “proibizionismo intelligente”: si vieta l’uso dell’AI per le valutazioni automatiche degli studenti, per l’orientamento selettivo, per il monitoraggio delle emozioni o per la sorveglianza (come il riconoscimento facciale). Si vieta, soprattutto, l’inserimento di dati sensibili.

Agli studenti, invece, l’uso è generalmente concesso, ma a determinate condizioni: che gli strumenti siano esplicitamente adottati dall’istituto e che l’uso venga dichiarato. In alcune realtà, i docenti saranno tenuti a dichiarare quando un contenuto didattico è stato creato con l’AI. L’obiettivo è creare un clima di trasparenza, dove la tecnologia non è un nemico nascosto, ma uno strumento con cui fare i conti in modo esplicito.

“Il nostro regolamento non è un atto repressivo, ma un atto educativo”, commenta una dirigente, “vogliamo che studenti e docenti capiscano che l’AI è una risorsa, ma come tutte le risorse va gestita. Non si dà un martello a un bambino senza insegnargli come si usa”. Un’altra preside aggiunge: “Il problema non è l’AI in sé, ma l’uso che se ne fa. Dobbiamo insegnare ai ragazzi che la risposta pronta non è sempre la risposta giusta, e che la fatica del pensiero è insostituibile”.

Il nodo della formazione dei docenti

Ma il vero banco di prova, secondo molti dirigenti, sarà la formazione dei docenti. “Possiamo scrivere i regolamenti più belli del mondo”, ammette un preside, “ma se il professore di lettere non sa come funziona un modello linguistico e non è in grado di riconoscere un compito scritto dall’AI, il regolamento rimarrà lettera morta”. Per questo, molte scuole stanno attivando corsi di formazione obbligatori per tutto il personale, senza distinzione di ruolo. Non si tratta di trasformare i docenti in informatici, ma di fornire loro gli strumenti per comprendere il fenomeno e per guidare gli studenti in un uso consapevole.

Il peso delle responsabilità, lo sguardo di chi resta umano

Eppure, al di là dei regolamenti, dei corsi di formazione e delle riunioni in presidenza, c’è qualcosa che nessuna circolare ministeriale potrà mai normare. È il peso della responsabilità che un dirigente si porta a casa la sera, quando le chiavi dell’istituto sono ormai nel cassetto e il silenzio del corridoio ha sostituito il chiasso degli studenti.

“Quello che mi preoccupa davvero”, confessa una preside in un momento di schiettezza, “non è tanto se Luca ha usato ChatGPT per il tema di italiano. Quello che mi chiedo è: Luca ha ancora voglia di scrivere qualcosa di suo? Ha ancora il coraggio di sbagliare, di fare fatica, di riprovare? Perché se l’AI gli toglie anche solo una piccola parte di quella voglia, allora abbiamo perso una battaglia che non riguarda la scuola, ma la sua vita”.

Forse è proprio questo il nodo più profondo. L’intelligenza artificiale può scrivere un tema perfetto, risolvere un’equazione in un secondo, tradurre un testo in qualsiasi lingua. Ma non può ascoltare il dubbio di un ragazzo in difficoltà, non può accorgersi di uno sguardo smarrito tra i banchi, non può stringere una mano quando serve. La scuola italiana, in fondo, non sta cercando solo un modo per convivere con l’AI. Sta cercando di ricordare a se stessa, e ai suoi studenti, cosa significa essere umani in un mondo che corre troppo veloce.


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