Società

Oltre 20 giorni di afa all’anno, 2,7 milioni di studenti esposti: il caldo in classe ci costa tre mesi di scuola. In aula si studia con 30 gradi e l’apprendimento crolla del 20%. Il report

C’è una domanda che ogni ministro dell’Istruzione e del Merito si sente fare almeno una volta: “Ma perché in Italia si va a scuola fino a giugno, quando fa già caldo?”

La risposta, di solito, è un imbarazzato silenzio. Perché la verità è che andiamo a scuola fino a giugno perché non possiamo fare altrimenti. Non abbiamo il raffrescamento. È come se avessimo deciso, chissà quando, che i termosifoni si accendono fino a metà aprile e poi basta, qualunque sia la temperatura esterna.

Il think tank Tortuga, nel suo ultimo report, rovescia la prospettiva. Il problema non è che le vacanze estive siano troppo lunghe (lo sono, 13 settimane, le più lunghe d’Europa). Il problema è che le vacanze estive sono lunghe perché le scuole non sono vivibili. Se avessimo aule climatizzate, potremmo ripensare tutto: il calendario, le attività estive, il recupero degli apprendimenti.

Ma non li abbiamo. E per un motivo che ha del paradossale: abbiamo investito per decenni in edilizia scolastica pensando a un clima che ormai non esiste più. L’edificio medio ha 52 anni, è stato costruito tra gli anni Sessanta e Ottanta, quando il 15 settembre non si registravano 35 gradi a Reggio Calabria. Oggi sì. E il 15 settembre è il primo giorno di scuola.

Le proiezioni del report sono impressionanti. Con l’aumento di mezzo grado ogni dieci anni, tra cinquant’anni la quasi totalità delle scuole italiane avrà temperature sopra i 26 gradi a giugno. A settembre, la quota di scuole sopra questa soglia passerà dal 45 per cento di oggi al 90 per cento. Non sarà più un’eccezione. Sarà la norma.

Chiudere le scuole in quei giorni? Ma se sono già chiuse per tre mesi. E allungare le vacanze non è la risposta. Come osserva il rapporto, l’Italia ha già la pausa estiva più lunga d’Europa e allungarla ulteriormente penalizzerebbe solo i più fragili.

La risposta è un’altra: rendere le scuole vivibili tutto l’anno. Con pompe di calore reversibili, che d’inverno riscaldano e d’estate raffrescano. Con schermature solari, isolamento termico, tetti verdi. Con il fotovoltaico che alimenta gli impianti proprio nelle ore di punta, quando la domanda di raffrescamento coincide con la massima produzione solare.

Costa? Sì. Tra i 5.000 e gli 8.000 euro per aula. Ma il calcolo economico, come dimostra Tortuga, è impietoso. Ogni grado in più gestito vale 195 euro di reddito futuro per studente. Un’aula ha in media 21 studenti. L’impianto dura 15-20 anni. La matematica è semplice: l’investimento si ripaga da solo, e con gli interessi.

Ma c’è di più. Una volta raffrescate, le scuole diventano altro. Diventano spazi aperti alla comunità durante l’estate. Diventano aule studio per chi a casa non ha un luogo fresco dove preparare gli esami. Diventano il luogo dove ridurre gradualmente quella pausa estiva di 13 settimane che, come dimostrano gli studi, è un buco nero di apprendimento per i ragazzi più fragili.

Immaginate una scuola che non chiude per tre mesi, ma rimane aperta con attività diverse: studio assistito per chi ha bisogno di recuperare, laboratori estivi, spazi per le associazioni. Non è un’utopia. È quello che succede già nei Paesi dove il calendario scolastico è più breve e gli edifici sono attrezzati.

La verità è che la scuola italiana è ancora ferma al clima del Novecento. Non solo nelle aule, ma nel modo di pensare il tempo scolastico. Il caldo entra in aula e noi reagiamo come sempre: allunghiamo le vacanze. Ma il caldo non è più un evento stagionale, è una costante. E la costante richiede un cambiamento strutturale, non una toppa.

Il “divario del fresco”, come lo chiama Tortuga, è la nuova frontiera della disuguaglianza. E colmarlo non è un lusso. È una precondizione perché la scuola pubblica continui a fare ciò che promette: dare a tutti le stesse opportunità. Non solo a settembre, non solo a giugno. Tutto l’anno.

Se vogliamo che la scuola sia preparata al clima che cambia, dobbiamo fare una scelta: investire o rassegnarci a un’istruzione a metà, dove il termometro decide chi può imparare e chi no. La prima opzione è costosa, ma si ripaga. La seconda è gratis, ma ha un prezzo altissimo.


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