«Oggi i maestri d’arte sono artefici e veri custodi del desiderio del lusso»
Gli inseguimenti di nubi di Canaletto, i riflessi delle marine di Ivan Aivazovsky, i cieli lattiginosi di Carlo Dalla Zorza, ma anche le lampadine dimmerabili brevettate da Mariano Fortuny e Marinetti che spera di vedere “il raggio della divina Luce Elettrica liberarla del suo venale chiaro di luna da camera ammobiliata”: la luce fa parte dell’essenza di Venezia, elemento onnipresente e ineffabile che ha sfidato gli artisti a interpretarla, fino, in certi casi, a esasperarli. Per tutto il mese di settembre, quando la luce estiva degraderà in quella della stagione seguente, un’altra “isola della luce” sorgerà in laguna: “An Island of Light” è il titolo della quarta edizione di Homo Faber, la manifestazione biennale dedicata all’alto artigianato, organizzata dalla Michelangelo Foundation for Creativity and Craftsmanship negli spazi della Fondazione Giorgio Cini, sull’isola di San Giorgio Maggiore. Dopo il regista Luca Guadagnino, l’architetto Stefano Boeri, la designer India Mahdavi, la curatrice Judith Clark e l’artista Robert Wilson, direttrice artistica di questa edizione sarà la designer britannica Es Devlin, che esplorerà il legame tra luce, materiali e abilità artigiana attraverso 15 installazioni immersive.
Ma se a otto anni dal suo debutto Homo Faber è cresciuta in termini di pubblico, espositori e rilievo globale è merito soprattutto della visione e della passione di Alberto Cavalli. Cinquant’anni, monzese, laureato in scienze politiche internazionali, dal 2007 è direttore generale della Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte di Milano, che grazie alla visione pionieristica di Franco Cologni dal 1995 protegge e valorizza l’alto artigianato. Dieci anni fa, poi, è diventato anche direttore della Michelangelo Foundation, progetto di Cologni e Johann Rupert, fondatore e presidente del gruppo del lusso Richemont, nata agli albori di una nuova epoca, sia politica, con la prima presidenza Trump e la Brexit, sia tecnologica, perché nel dicembre 2015 nasceva anche OpenAi.
Seduti nella sala da tè del Principe di Savoia a Milano, ammiro innanzitutto una delle magnifiche spille vintage che Cavalli colleziona e ama indossare: «Mi ricordano dove è il cuore, la chiave di tutto – racconta –. Homo Faber stesso non è una fiera, né un salone, ma una celebrazione di tutto ciò che uomini e donne riescono a fare e che ci emoziona. Certo, “Numerus rerum omnium nodus” (Cavalli, coltissimo, ama le citazioni in latino) è inciso sulla facciata delle sede dell’Istat, i numeri sono importanti: abbiamo avuto ottocento oggetti in mostra, centinaia di artigiani da tutto il mondo al lavoro, duemila visitatori al giorno, alcune volte siamo andati sold out. Ma oltre alle cifre c’è ben altro: io sono sempre lì, accolgo le persone, e quando alle 17 si chiude vado all’imbarco dei vaporetti e osservo gli occhi di chi sta andando via. Spesso vi scorgo l’incontro con qualcosa che li ha colpiti, commossi, credo per la consapevolezza che pur in un mondo troppo pieno, nel quale si dovrebbe ridurre, ci sia ancora spazio per creare qualcosa che ci rappresenti. Per questo credo che Homo Faber non sia un evento, ma un movimento». L’attrazione per un modo ancestrale di produrre e relazionarsi alle cose potrebbe essere una reazione all’iperdigitalizzazione del presente. Proprio a Venezia si rifugiò per allontanarsi dal boom industriale vittoriano John Ruskin, il teorico più importante del movimento Arts&Crafts, che voleva riscoprire l’atto creativo manuale contro i processi meccanizzati. Come avrebbe giudicato l’intelligenza artificiale? «Credo sia uno strumento, e come tale che siamo noi a decidere come usarlo – risponde Cavalli -. Sicuramente per gli artigiani può essere di grande supporto per farsi conoscere meglio. Noi ci siamo riusciti con la Homo Faber Guide, una piattaforma che permette di scoprire percorsi, dà suggerimenti, che oggi coinvolge oltre 3.400 artigiani e 500 atelier in 51 Paesi. Credo però ci sia un rischio, cioè che l’Ai decida, valuti, scelga per noi, con criteri non sempre trasparenti. Il mondo del tech ha venduto benissimo il suo sogno. Da parte nostra, dobbiamo alimentare un sistema che ci rispetta e favorisce come individui, e che non ci tratta come consumatori passivi, ma da interlocutori».
Come pezzi unici, i lavori degli artigiani alimentano l’unicità, sia di chi li produce sia di chi li sceglie. L’unicità era anche prerogativa del lusso, svilita però dalla progressiva iper-riproducibilità di quella diventata a tutti gli effetti un’industria. «Quando Cologni e Rupert hanno creato la Michelangelo Foundation sono partiti dalla constatazione che il lusso stava diventando banale – nota -, cioè il contrario della sua essenza, che è desiderio di autenticità e originalità. Oggi sono i maestri d’arte i custodi e gli artefici di questo desiderio: autentico ha la stessa radice di autore, autorevole. È autentico ciò che è autoriale, che ha autorevolezza. E tutto deriva dal verbo augere, crescere. L’autore dunque è chi genera valore, anche per se stesso. Nel film di Almodóvar “Tutto su mia madre”, Agrado pronuncia una frase magnifica: “Una è più autentica quanto più somiglia all’idea che ha sognato di se stessa”. I ragazzi, provenienti da tutto il mondo, ai quali finanziamo il tirocinio negli atelier nell’ambito della nostra Homo Faber Fellowship, vogliono essere autori di qualcosa di nuovo, far sentire la loro personale, originale voce. Anche in questo caso gli artigiani ci fanno capire che “originale” vuol dire sia ciò che è vicino all’origine, sia ciò che è diverso da tutto, e ci dimostrano che è possibile essere legati alla propria origine ma anche integrarvi qualcosa di nuovo. È la tensione fra notum e novum, un incontro che genera valore e che si traduce anche in un cartellino del prezzo con una cifra alta, certo, ma più saggia, perché al contrario di altre produzioni non cela costi nascosti e che non paghiamo direttamente noi».
La prospettiva è affascinante: l’essere artigiano, o anche solo condividere la sua consapevolezza, il suo senso di responsabilità, la sua tensione verso la bellezza, può ispirare una nuova forma di partecipazione al vivere comune? «Nella nostra Costituzione la tutela del paesaggio è prevista nell’articolo 9, della bandiera si parla nel 12. Quando Montaigne venne in Italia fu colpito dall’armonia fra il paesaggio coltivato e quello costruito. La bellezza è un dono, di cui noi possiamo disporre». Non sempre in modo edificante, come dimostra il proliferare di interventi urbanistici ben lontani dalle città ideali del Rinascimento: «Luigi Zoja scrive che per un greco antico la bellezza della città si traduceva nel rispetto dei valori della giustizia. Più allontaniamo il criterio della bellezza dalle nostre vite, più mettiamo in crisi il rispetto di tali valori. Non è un caso che le zone a più alto tasso di criminalità siano anche quelle dove il degrado architettonico è maggiore. Nell’agorà, nelle piazze, la bellezza aveva un ruolo politico, di aggregazione; oggi la bellezza è a pagamento, è nascosta, non è progettata per essere integrata nella vita quotidiana, e certo non solo in Italia». Eppure, già nel 1585 Tomaso Garzoni scriveva la “Piazza universale di tutte le professioni del mondo”, all’epoca trattato di enorme successo in cui si elencavano i mestieri e si disponevano intorno a una piazza ideale, luogo di scambio e connessione per sviluppare tutti insieme – minatori, gioiellieri, pittori, tessitori, vetrai – la società. Solo da qualche anno l’artigiano contemporaneo ha riconquistato spazio nel discorso pubblico, anche grazie al riposizionamento della nostra economia verso produzioni di eccellenza che rendono un asset fondamentale il suo saper fare. Nel Seicento Colbert capì la grandezza dell’investimento, economico e politico, sulle eccellenze artigianali e manifatturiere della Francia di Luigi XIV. L’Italia di oggi, invece, fa ancora fatica a formare un sistema organico per attirare e formare i giovani talenti, e valorizzare la loro vocazione. Il 1° dicembre scorso, intanto, è finalmente entrato in vigore il regolamento europeo 2023/2411, che estende le Indicazioni Geografiche Tipiche anche ai prodotti artigianali e industriali dei paesi dell’Unione, mettendo in evidenza la loro provenienza, storia e produzione. Ma il percorso per dare il meritato riconoscimento, e tutela, all’alto artigianato europeo è ancora lungo. «Ogni Paese ha le sue difficoltà – nota Cavalli -: in Svizzera, per esempio, anche se l’apprendistato funziona molto bene, i giovani vengono indirizzati perlopiù verso le attività legate a orologeria e gioielleria. In Francia c’è l’Institut National des Métiers d’Art, molto strutturato, ma che fatica a leggere i cambiamenti, il contemporaneo: per esempio, non riconosce i cosiddetti métiers de bouche, quelli legati ai prodotti alimentari. Nel Regno Unito l’Heritage Crafts funziona molto bene con la Red List, ma appunto si occupa solo di ciò che rischia l’estinzione. In Giappone è l’imperatore stesso a riconoscere ad alcuni artigiani lo status di “tesoro nazionale vivente”, un mondo dove però le donne fanno ancora molta fatica a entrare. Oggi le artigiane considerate tali sono meno di dieci su un totale di 120, un divario che per noi oggi suona inaccettabile».
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