Società

Novara: “Se un alunno prende un 3, poi passa al 5 e infine passa al 7, per me è fuori discussione che la sua valutazione è 7”

“Ma noi valutiamo Sinner per come era a 12 anni?” Con questa domanda provocatoria, il pedagogista Daniele Novara si interroga, su Facebook, su un tema cruciale per il mondo della scuola: il peso che attribuiamo ai voti del passato nella valutazione finale di uno studente.

Nessuno giudicherebbe il campione tennista Jannik Sinner per le sue prestazioni da bambino, quando sognava di fare lo sciatore. Eppure, nella scuola italiana, continuiamo a penalizzare gli studenti che hanno iniziato con difficoltà, anche quando dimostrano di aver imparato. Un paradosso che merita una riflessione approfondita, come scrive Novara sulla propria pagina Facebook.

Il caso emblematico della media aritmetica

Immaginiamo uno studente che riceve, in sequenza, un 3, un 5 e un 7. La media aritmetica è 5, ma questo numero racconta solo una parte della storia. Nasconde l’elemento più importante: il progresso. Quei voti raccontano un percorso di crescita, di impegno, di superamento. Raccontano che l’alunno ha compreso ciò che gli veniva chiesto e ha lavorato per migliorare.

Eppure, troppi insegnanti si fermano al calcolo matematico, restituendo uno studente alla sufficienza “tecnica” ma mortificando il suo percorso di crescita. Ci chiediamo: non era proprio questo che chiedevamo? Non era l’apprendimento l’obiettivo finale?

L’errore come risorsa, non come macchia indelebile

La grande pedagogia, da Maria Montessori a John Dewey, ci ricorda che l’errore non è un fallimento da cancellare, ma un momento fondamentale nella costruzione della conoscenza. Sbagliare significa mettersi in gioco, significa imparare attraverso la sperimentazione, significa crescere.

Quando un insegnante continua a considerare il 3 del primo trimestre, sta valutando lo studente non per ciò che è diventato, ma per ciò che era. È come se giudicassimo un adulto per gli errori commessi da bambino: ingiusto e controproducente.

La proposta: valutazione evolutiva

La “valutazione evolutiva” propone un cambio di paradigma. Non si tratta di ignorare il passato, ma di dare un peso maggiore all’ultimo periodo, all’evoluzione dimostrata. Il voto deve raccontare dove lo studente è arrivato, non da dove è partito.

Tale approccio valorizza:

  • L’impegno e la costanza nel miglioramento
  • La resilienza di chi ha superato difficoltà iniziali
  • La capacità di imparare dagli errori
  • La motivazione a crescere, sapendo che i propri sforzi verranno riconosciuti

Liberare la scuola dal vincolo della media matematica

La media aritmetica è un calcolo freddo, spesso inadeguato a rappresentare la complessità dell’apprendimento umano. Ridurre la valutazione a un semplice numero calcolato matematicamente significa dimenticare che l’istruzione è un processo umano, non un algoritmo.

Novara, pertanto, invita tutti gli insegnanti a riflettere: quante volte avete visto uno studente “ripartire” dopo un inizio difficile, solo per vedere i suoi progressi annientati da una media che racconta una storia vecchia?

La valutazione, dunque, non dovrebbe mai essere uno strumento di mortificazione, ma uno strumento di crescita. Quando un insegnante decide di mettere 6 a quello studente che ha percorso la strada 3-5-7, non sta falsificando la realtà: sta riconoscendo il valore del percorso, sta celebrando l’apprendimento, sta guardando al futuro invece che al passato.

Perché, in fondo, la scuola dovrebbe insegnare che si può sempre migliorare. E valutare i progressi è il modo più potente per ricordarlo a ogni studente. Liberiamo la scuola dalla tirannia della media matematica e restituiamole la sua funzione più nobile: accompagnare la crescita, riconoscere il cambiamento, celebrare il miglioramento.


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