No xe storie | Statuto dei Lavoratori, il monumento a un’Italia che non lavora più
20 maggio 2026 – ore 06:30 – Il 20 maggio 1970 l’Italia si convinse di essere diventata adulta. Approvò lo Statuto dei Lavoratori e si raccontò la favola di una Repubblica finalmente capace di mettere ordine dentro le fabbriche, di umanizzare il capitalismo, di proteggere l’operaio dal padrone e il sindacato dall’arbitrio. Era il tempo in cui la politica aveva ancora l’ambizione — e la presunzione — di cambiare la società con le leggi. Dietro quella stagione c’era un Paese diverso: le grandi acciaierie, la Fiat sovrana, le sirene di fabbrica, le tute blu che riempivano le piazze, i partiti di massa, i sindacati che contavano più dei governi. L’operaio non era una categoria sociologica: era il centro della nazione. Nel 1971 oltre il 40% degli occupati italiani lavorava nell’industria manifatturiera; oggi quella quota è scesa sotto il 20%. Lo Stato costruiva diritti attorno a quella figura perché quella figura costruiva il consenso. Oggi lo Statuto dei Lavoratori sopravvive come certi monumenti nelle piazze italiane: tutti li fotografano, nessuno li guarda davvero. L’Italia del 2026 non è più il Paese del posto fisso, ma quello del contratto a tempo, del rider che consegna sushi sotto la pioggia, del trentenne laureato che fattura a partita IVA fingendo di essere un imprenditore mentre è soltanto un dipendente senza ferie. Secondo le più recenti analisi economiche internazionali, i salari reali italiani restano ancora inferiori di circa il 7,5% rispetto ai livelli del 2021, il peggior dato tra le grandi economie occidentali. Lo Statuto nacque per difendere l’uomo davanti alla catena di montaggio; oggi dovrebbe difenderlo davanti a un algoritmo. Ma la politica, come spesso accade, combatte ancora la guerra precedente.
La verità è che lo Statuto dei Lavoratori è diventato il rifugio sentimentale di una sinistra che non ha più lavoratori da rappresentare e di una destra che difende il mercato purché non tocchi il proprio elettorato garantito. Entrambi celebrano il 20 maggio come i reduci celebrano una battaglia: con nostalgia, non con utilità. Eppure quella legge aveva un merito enorme: nasceva da un conflitto reale. Oggi invece i conflitti vengono anestetizzati col lessico delle risorse umane. Non esistono più operai sfruttati: esistono “collaboratori”. Non ci sono licenziamenti: ci sono “riorganizzazioni”. Non c’è precarietà: c’è “flessibilità”. Eppure quasi il 15% dei lavoratori under 35 ha un contratto a termine e oltre il 10% degli occupati rientra ormai nella categoria dei working poor, persone che lavorano ma restano povere. È il vecchio vizio italiano di cambiare nome alle cose sperando di cambiarne la sostanza. Nel 1970 il padrone almeno aveva il coraggio di sembrare un padrone. Oggi si presenta in felpa, ti dà del tu, mette il tavolo da ping pong in ufficio e ti licenzia via mail. Lo Statuto fu figlio di una stagione dura ma seria, nella quale il lavoro era considerato una questione politica. Oggi il lavoro è diventato una statistica trimestrale o un hashtag da campagna elettorale. Si parla di giovani soltanto quando emigrano, di salari soltanto quando l’inflazione diventa troppo evidente per essere nascosta nei talk show. Intanto il tasso di disoccupazione giovanile resta vicino al 18%, quasi tre volte superiore a quello generale. Il paradosso finale è che l’Italia continua a definirsi “Repubblica fondata sul lavoro” mentre il lavoro reale — quello che paga poco, consuma molto e non garantisce nulla — è ormai la cosa meno tutelata della Repubblica stessa. Forse il modo migliore per celebrare il 20 maggio sarebbe smettere di commemorare lo Statuto dei Lavoratori e ricominciare a parlare dei lavoratori. Quelli veri. Che oggi non occupano le fabbriche. Occupano i treni regionali alle sei del mattino, i call center, i magazzini della logistica e le piattaforme digitali. Invisibili abbastanza da non fare più paura alla politica. E dunque perfetti per essere ignorati.
L’editoriale è di Francesco Viviani




