Neonati sepolti, Chiara Petrolini condannata a 24 anni e tre mesi
Ventiquattro anni e tre mesi non sono l’ergastolo che rischiava e sono meno dei 26 chiesti dalla Procura, ma sono più di quanti ne ha vissuti. Alla lettura della sentenza, Chiara Petrolini non ha battuto ciglio. Poco dopo, però, raggiunta dal padre e dalla madre nella camera di sicurezza del tribunale di Parma, prima di tornare nella casa di Traversetolo dove rimarrà ai domiciliari, ha ceduto alle lacrime.
«Il carcere mi fa paura», ha detto nei mesi scorsi la ragazza, che compirà 23 anni a luglio, agli psichiatri che l’hanno esaminata. Sarebbe proprio questo, cioè il timore per un futuro in detenzione, il sentimento prevalente con cui la ragazza ha accolto il verdetto. Al processo, dove doveva difendersi da accuse terribili, è rimasta spesso silenziosa e impassibile, con l’eccezione di quando è uscita dall’aula, non sopportando la vista della foto, su uno schermo, del suo secondogenito morto.
La condanna riguarda principalmente questo omicidio, il bimbo partorito il 7 agosto 2024 al quale poi è stato dato il nome di Angelo Federico. La Corte di assise, dopo dieci udienze e una camera di consiglio di poco più di tre ore, ha riconosciuto la responsabilità di Chiara, aggravata dalla premeditazione (per l’accusa provata principalmente dalle decine di ricerche sul web) oltre all’occultamento di cadavere. La giovane è stata invece assolta, per mancanza di prove, dall’accusa di aver assassinato nello stesso modo, presumibilmente recidendo il cordone ombelicale e provocando il dissanguamento, anche il primo figlio, Domenico Matteo, venuto alla luce il 12 maggio 2023. Ha retto l’accusa di soppressione di questo corpicino, nella terra che ha accolto anche il fratello, un anno e mezzo dopo. La differenza con l’occultamento è che il primo, di cui sono state trovate solo ossa e per cui non è stato possibile accertare le cause della morte, era sepolto più in profondità.
Saranno le motivazioni, annunciate entro 70 giorni dal presidente della Corte, Alessandro Conti, a chiarire nel dettaglio come sono stati letti i fatti. Ma oltre a valutare le azioni, il processo ha avuto come oggetto principale la psiche della giovane imputata, che per due volte è riuscita a tenere all’oscuro il mondo intorno a lei, genitori e fidanzato compresi, delle gravidanze che stava vivendo e per due volte ha partorito da sola, seppellendo i corpi dei neonati.
I consulenti della Procura di Parma e i periti nominati dai giudici hanno concluso per la capacità di intendere e di volere, pur sottolineando l’immaturità della ragazza. Gli specialisti della difesa hanno invece segnalato uno stato dissociativo: “Chiara è una vittima di questa patologia, che secondo me l’ha afflitta nel corso della gravidanza», ha detto ai cronisti il difensore, l’avvocato Nicola Tria che sul tema della sanità mentale insisterà sicuramente in appello. I giudici hanno in qualche modo tenuto conto della situazione, concedendo all’imputata le attenuanti generiche, equivalenti con le aggravanti. Ma per la difesa non è abbastanza: «Dovremo leggere le motivazioni, ma ritengo che per una vicenda come questa, la pena dovesse e potesse essere più mite, tenendo conto di molti fattori», ha aggiunto.
Chi invece, dopo il processo, ha preferito non parlare è un altro protagonista di questa storia, Samuel Granelli, il giovane ex fidanzato di Chiara e padre dei due bambini. Si era costituito parte civile non tanto in cerca di vendette, ma per avere risposte e vedere riconosciuti «il suo diritto di genitore», ha spiegato il suo avvocato, Monica Moschioni. «Si è sentito ignorato oltre che tradito, si è sentito completamente escluso da questa vicenda», ha aggiunto. Si attendeva un gesto da parte di Chiara, che non c’è stato.
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