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“Nel primo disco delle Lollipop c’era una sesta voce. Quando il successo è finito ho avuto paura; oggi monto la bancarella per i mercatini serali”: così Marcella Ovani

Un giorno montano la bancarella di un mercatino o vanno a lavorare in ufficio, quello dopo tornano a essere le popstar che 25 anni fa scalavano le classifiche. Le Lollipop oggi sono Marcella Ovani, Marta Falcone e Veronica Rubino e vivono il gruppo quasi come delle supereroine part-time, ma quello che poteva sembrare soltanto un ritorno sull’onda della nostalgia sta assumendo i contorni di un nuovo capitolo della loro storia grazie a “Say Now”, il singolo che le rivede in pista a otto anni da “Ritmo tribale”.

A FQMagazine Marcella Ovani racconta il presente della formazione a tre (da anni Dominique Fidanza e Roberta Ruiu hanno abbandonato la nave), ma anche quello che accadeva dietro le quinte del fenomeno Lollipop, esploso nel 2001 con “Down Down Down”, tra le ripercussioni di un successo travolgente e inaspettato e retroscena sui due album in studio incisi con le colleghe.

Che cosa ha significato per voi tornare sul palco e al progetto Lollipop?
L’idea di riunire il gruppo parte sempre da me, e lo faccio perché so che anche le mie colleghe si divertono. Ci piace connetterci con il nostro pubblico che ci segue da tanti anni, e tornare sul palco non capita a tutti, quindi è sempre una grande emozione.

“Say Now” è un invito a non tenersi certe parole per sé: a te è mai capitato di soffocare le tue emozioni?
Sì. Il brano è nato nel mio salotto sia musicalmente che a livello autorale, poi l’ho rifinito con Marta e Veronica. L’ho scritto proprio perché molte volte ci si tiene le cose dentro, non si ha il coraggio di sostenere certe situazioni o di dire quello che si pensa. Queste emozioni represse poi possono dare origine ad attacchi d’ansia e di panico che ho vissuto personalmente. La canzone è un invito ad affrontare liberamente e con coraggio le difficoltà che ciascuno di noi può vivere.

Quali, nel tuo caso?
Ho avuto tante paure sin da piccola. Avevo 18 anni quando ho iniziato a calcare palcoscenici giganti. Nel momento in cui, dopo aver vissuto emozioni così forti come il sentirsi apprezzata e amata, tutto finisce, può subentrare il timore di non sapere che cosa succederà, e ciò porta ad altre paure inconsce come la paura di non farcela, di deludere, di essere giudicata.

È stato difficile gestire il successo?
Era molto bello quello che mi succedeva, ma anche faticoso a livello mentale perché non era ciò che facevano le mie amiche, come andare all’università e vedersi la sera per un drink. La mia vita era totalmente diversa e tornare a una più normale non è stato facile.

A proposito di parole difficili da pronunciare, “Say Now” è dedicato anche alla comunità LGBTQIA+.
Sì, è un inno al coming out. Da sempre la comunità ci ha viste come delle loro icone.

È mai successo che i vostri fan vi confessassero di aver trovato il coraggio di fare coming out grazie alla vostra musica?
Certo, e anche oggi ci ripetono che grazie a noi hanno fatto chiarezza nel proprio orientamento sessuale o sono riusciti a dire ai genitori di essere gay. C’è poi chi non è ancora pronto a fare quel passo e sta apprezzando la canzone proprio perché riconosce che, malgrado sia difficile, bisogna trovare il coraggio e non avere paura. Per noi è una vittoria. Vuol dire che quel che volevamo comunicare è arrivato.

Come mai l’idea di pubblicare anche il CD singolo del brano?
Quando facciamo le serate i fan ci portano tutti i nostri dischi da autografare, e volevamo dare loro un pezzo da aggiungere alla collezione. Siamo felicissime che sia uscito nei negozi di musica che ancora sopravvivono.

La prima volta che uscì un vostro singolo, invece, le scorte andarono a ruba.
“Down Down Down” finì subito perché vendemmo qualcosa come 60.000 copie nelle prime tre settimane. È stato proprio un fenomeno, siamo state prime in classifica per tre settimane consecutive, pazzesco!

Ti ricordi la presentazione di “Down Down Down” alle ex Messaggerie Musicali di Milano?
E come posso dimenticarla? C’erano così tante persone che alla fine dell’evento era impossibile per noi raggiungere la macchina. Ricordo che mio padre prese in braccio Dominique, e Diego Quaglia, il nostro discografico, prese me. È stata una delle prime grandissime emozioni che abbiamo vissuto come gruppo.

Il singolo aprì la strada all’album “Popstars”, composto da brani già pronti che dovevate solo incidere. 25 anni dopo ci puoi confessare se davvero cantavate tutte e cinque in tutte le tracce?
Le hanno fatte registrare a tutte e cinque. Io non ho inciso un brano perché forse non c’era tempo, ma so che in quelle canzoni c’è una voce in più.

Di chi?
Della moglie del produttore dell’epoca. È quella con un timbro un po’ fanciullesco (la scimmiotta parodiandola, ndr), quindi diciamo che le voci erano messe un po’ “a ca**um”, tant’è vero che alcune di noi, me compresa, ci erano rimaste male perché amavamo cantare. Per me non farlo, o doverlo fare in playback come per la maggior parte delle nostre esibizioni, era una costrizione, mi sentivo più una ballerina che una cantante.

Malgrado il riscontro del pubblico, MTV e le grandi radio non sembravano dalla vostra parte.
Le radio sì, perché il fenomeno era ormai scoppiato. A MTV siamo arrivate quando abbiamo fatto i numeri. È un po’ come oggi: “Say Now” è stata mandata a tutte le radio, ma la passano in poche, perché bisognerebbe rifare il boom di una volta per essere considerate. È cambiato tutto rispetto a 25 anni fa: oggi è raro che qualcuno diventi famoso senza l’aiuto di un talent o senza una grande spinta da parte di una major.

Nel 2002 arrivò Sanremo. Il primo pensiero quando la vostra casa discografica vi disse che vi avrebbe proposte per il Festival?
Eravamo felicissime perché non eravamo consapevoli di quello che stavamo vivendo e facendo, così come non lo eravamo relativamente al fatto che cantare in un gruppo non è come cantare da solista. Questo lo dico anche a me stessa, perché Sanremo è sempre stato il mio sogno. A 14 anni ho partecipato alle selezioni dell’Accademia di Sanremo, ero con Tiziano Ferro, ma entrambi fummo scartati alla semifinale. Sono sincera, non eravamo pronte ed era chiaro anche ai discografici, ma ci hanno portate lì perché sapevano che il CD di “Batte forte” si sarebbe venduto, e infatti in una settimana è diventato disco d’oro.

Tanti anni dopo il brano è diventato virale su TikTok, soprattutto in Cina.
E noi non ne sapevamo nulla. È stato un remix fatto da chi ha curato la produzione di “Batte forte”, ma non ha tenuto nemmeno a comunicarcelo. Siamo abbastanza arrabbiate. Avremmo preferito un coinvolgimento, visto che le voci sono le nostre.

Tornando a Sanremo, che ricordo hai di Pippo Baudo?
Pippo è stato un papà. Mentre il pubblico era scettico e non credeva in noi, lui, secondo me, aveva percepito la nostra paura, il fatto che fossimo piccole e ci facessero ballare e cantare, quindi ha cercato sin dalle prove di metterci a nostro agio e supportarci. È stato veramente un abbraccio, lo definirei così.

Tornereste su quel palco? Di recente avete fatto un appello semiserio a De Martino.
Ci abbiamo giocato sopra. Ci piacerebbe, soprattutto per la visibilità che dà, ma è anche vero che non abbiamo proposto nessun brano e non siamo pronte per farlo. Ognuna di noi ha la propria vita a Milano, Napoli e Pesaro. Marta e Veronica hanno anche dei figli. Dovremmo stare un paio di mesi insieme e provare di continuo. Se ci dovesse essere l’occasione lo faremmo anche, ma la verità è che non abbiamo inviato alcuna proposta per il Festival.

Tutti ricordano il vostro primo disco, ma ce ne fu anche un secondo, “Together”. Titolo non molto profetico, visto che dopo poco vi siete sciolte.
Fu realizzato in sordina e un po’ all’ultimo. Non decidemmo noi né il titolo né le canzoni. Tra il “Grande Fratello” e l’inizio di “Saranno Famosi” qualche anno prima, Mediaset e la casa discografica ci abbandonarono piano piano.

La particolarità di quel disco è che per ognuna di voi c’era un brano solista. Erano già iniziate le liti per chi dovesse cantare di più e mettersi maggiormente in mostra?
Quello c’è sempre stato, in fondo eravamo cinque ragazze giovanissime. Per quanto riguarda i brani solisti, io sono stata l’ultima a poter scegliere. Era rimasto solo “Always Got Your Back” e ho preso quello, ma non l’avrei mai cantato.

Perché?
È carino ma non nelle mie corde, a me piace un genere più soul.

A quel punto speravate che vi si potessero aprire le porte anche come artiste soliste?
Mentre stavo con il gruppo non ci ho mai pensato. Sapevo che eravamo forti insieme, come anche oggi. Qualcuna, però, all’epoca magari ci stava già pensando.

Ora siete delle Lollipop part-time. Come Clark Kent a un certo punto vi trasformate.
Verissimo, e torniamo delle popstar. Io ho 44 anni e sono la più piccola delle 3, conduciamo una vita normalissima ma quando saliamo sul palco ci sentiamo di nuovo delle ventenni.

Giù dal palco invece che cosa fate?
Marta lavora nell’agenzia di assicurazioni di famiglia, Veronica lavorava con il marito perché tramite una loro etichetta indipendente facevano esibire DJ in quel di Napoli. Io ho un mio brand, NinaLab Custom, dipingo su borse, giacche, scarpe, quadri che vendo nei negozi, ma faccio anche i mercatini serali. Mi piace questa cosa di essere così diversa tra quando monto la bancarella per il mercatino e quando salgo sul palco da artista.

Se il progetto Lollipop dovesse prendere piede, sareste di nuovo disponibili a lasciare tutto per concentrarvi solo su quello?
Io sì perché non ho figli e non sono nemmeno sposata. Le ragazze non lo so. È già capitato che presenziassi solo io a qualche serata, perché loro avevano degli impedimenti. Avendo anche altre cose a cui pensare, oggi è difficile tornare come prima, ma mai dire mai.

Dopo “Say Now” arriveranno altri brani?
L’idea c’è, si parla di settembre-ottobre. Non ci stiamo ancora lavorando perché dobbiamo prima finire il tour il 21 agosto. Poi dipende anche dalla produzione e dal nostro manager.

Lo scorso anno Dominique a “FQMagazine” disse che ogni tanto sentiva ancora qualcuna di voi e che da parte sua non ci sarebbero stati problemi a prendere un caffè magari proprio in concomitanza con il 25° anniversario della nascita delle Lollipop
Sì, ogni tanto ci mandiamo qualche messaggino sui social. Parlo per me: io non ho nulla contro Dominique, anzi, ognuno fa il percorso di vita che vuole. Berrei volentieri un caffè in sua compagnia, mi farebbe piacere rivederla e sapere di lei, perché è andata via dal gruppo per prima e quindi è dal 2004 che non ci vediamo fisicamente.

E prendetevi questo caffè, allora…
Lo faremo (ride, ndr).


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