‘Ndrangheta social, i boss del Crotonese diventano icone pop su Tik e Tok e Fb
I simpatizzanti dei boss del Crotonese li trasformano in icone pop e fanno proselitismo sui social tra musiche del Padrino e brand identitari
CROTONE –La mappa del potere mafioso non si misura più soltanto nei confini territoriali delle estorsioni, nei summit nei boschi o nei verbali dei collaboratori di giustizia. Nel Crotonese, la ‘ndrangheta ha colonizzato un nuovo, insidioso avamposto: gli schermi degli smartphone. TikTok e Facebook non sono semplici piazze digitali in cui svagarsi, ma strumenti di una potente liturgia identitaria. Qui le nuove leve, i familiari e i simpatizzanti dei grandi casati di ‘ndrangheta riscrivono la storia dei clan, trasformando i boss detenuti al 41-bis in icone pop. Celebrano i patriarcati storici con colonne sonore del Padrino e canzoni neomelodiche. E riproducono le antiche pratiche di affiliazione, rispetto e ostentazione attraverso codici visivi che fondono il mito cinematografico e la mitologia della “vecchia guardia”.
Il brand Grande Aracri
Il confine tra la vita privata, la sfarzosità domestica e la simbologia criminale si dissolve in un unico flusso narrativo. È lo specchio di un’appartenenza che non ha più bisogno di celarsi. Sul profilo Facebook di Marinella Grande Aracri — figlia incensurata dello storico capomafia di Cutro Nicolino Grande Aracri — l’immaginario del clan si svela attraverso sfondi inequivocabili. Poltrone damascate in stile barocco e tavoli intarsiati sono gli stessi identici arredi che facevano da sfondo alla spada cerimoniale già balzata all’attenzione delle cronache. Un’arma dai richiami templari e massonici sequestrata durante una delle tante perquisizioni giudiziarie a carico del boss.
Dal salotto barocco agli auguri dei fedelissimi al boss
La bacheca ambientata nel salotto del boss diventa così il palcoscenico per misurare il consenso e la deferenza sociale. In occasione del compleanno del capo crimine, i messaggi di auguri si trasformano in una vera e propria kermesse virtuale. «Siete stati numerosissimi, avete speso parole stupende nei suoi riguardi…», scrive Marinella, ringraziando per l’affetto piovuto da ogni canale, da WhatsApp a Messenger. E la chiusura è un manifesto della persistente operatività del proselitismo: «Perché, chi DA BENE, riceve bene». Eppure il boss ha sulla coscienza svariati omicidi per cui sconta pene definitive. La frase è accompagnata da cuori rossi. Una formula che evoca la logica arcaica dello scambio, della protezione e del vincolo.
Incursioni nel dibattito pubblico
Ma la militanza social non si limita all’apologia degli affetti: scende direttamente nell’arena del dibattito pubblico locale. Se sia un tentativo di blindare la politica e le istituzioni non spetta a noi dirlo. Di fronte alle polemiche sulla sporcizia e sul degrado delle spiagge di Steccato di Cutro, lo stesso profilo scende in campo con una difesa accorata dell’amministrazione comunale, respingendo le proteste dei cittadini e ammonendo i dissidenti. «Il nostro sindaco, ritengo abbia bisogno di tutto il supporto dei Cutresi, affinché possa svolgere il suo lavoro con serenità e perseveranza». Difficile dire se ci sia un’investitura civica in quel diktat che mira a una sorta di rieducazione pubblica.
La mitologia del carcere duro: il boss Comberiati
Se Facebook custodisce la narrazione istituzionale e borghese dei clan, è su TikTok che la macchina della mitopoiesi mafiosa si scatena senza filtri, rivolgendosi alle nuove generazioni con i linguaggi sgrammaticati della subcultura digitale. I boss al 41-bis, i detenuti storici e i killer non sono reietti della giustizia, ma martiri d’onore.
Prendiamo il caso di Vincenzo Comberiati, storico boss di Petilia Policastro, in abito rigorosamente nero forse in memoria dei lutti di famiglia. Nei video a lui dedicati risuona la colonna sonora del Padrino, mentre le immagini ne esaltano la figura con didascalie impregnate di retorica criminale. I commenti dei follower sono un florilegio di omaggi feudali. «Persona squisitissima», «Uomo d’onore», «Zio Vincenzo n. 1», «Uomini si nasce». C’è chi si rammarica di non poter rendere omaggio di persona («Non sono libero sono con gli arresti domiciliari se no avrei venuto a trovare la famiglia») e chi celebra l’interminabile resistenza dietro le sbarre della Casa circondariale dell’Aquila, dove sconta il regime di carcere duro da decenni.
Il bazookista dei clan di Isola: Manfredi “Scarface”
La stessa epopea della detenzione estrema avvolge Pasquale Manfredi, alias Scarface, il bazookista della cosca Nicoscia di Isola Capo Rizzuto immortalato nei video con la traccia neomelodica di sottofondo che recita: «Aggio perso ‘a libertà ma nun perdo ‘ a dignità». Il volto è coperto dall’emoij del leone. Lo schermo si riempie di cuori rossi, cappellini blu, catene e scritte inequivocabili: «24 anni a 41 bis siamo ancora qua». I commenti invocano la «presta libertà» per il “leone”, esaltandone la tempra inossidabile.
La nostalgia dei “vecchi tempi”: “Zirru”
Nei video dedicati ai patriarchi dei clan del Crotonese, la narrazione social si tinge di una forte vena nostalgica che contrappone la presunta “pulizia morale” della malavita di un tempo alla decadenza del presente. Emblematico è il trattamento riservato a Luigi Vrenna, detto ‘u Zirru, storico boss di Crotone. Sulle note immortali del Padrino, la sua foto in giacca a righe e cappello borsalino viene celebrata dai tiktokers come quella di un benefattore d’altri tempi. «Il guerriero del Crotonese… Sono state aperte porte ai più deboli», scrive qualcuno. E nei commenti si sprecano i rimpianti: «Era un albero con tanti frutti ora tanti alberi non buoni neanche per frescura». «Aiutava i poveri, se uno gli faceva un lavoro prima lo faceva mangiare, poi lo pagava». «Quando c’era zi Luigi Crotone sembrava Parigi», dice qualcuno che cerca rime ostentando falsa vena poetica. Si evoca una più che mai presunta età dell’oro in cui «la parola valeva più di una firma di un notaio», santificando la figura del capomafia come autorità morale e paternalistica del territorio.
La “malavita antica” del boss di Isola Nicoscia
Un’operazione analoga si muove attorno alla figura di Pasquale Nicoscia, boss ergastolano di Isola Capo Rizzuto, anche lui in abito nero, salutato da decine di messaggi di solidarietà e rimembranze di cella da parte di ex detenuti transitati nelle carceri di Viterbo o Sulmona. «La malavita antica e tutta un’altra camminata, onore al vecchio stampo», sintetizza un utente, suggellando il divario generazionale tra i vecchi boss intrisi di codice mafioso e le nuove generazioni spesso ritenute prive di spessore criminale.
La propaganda digitale dei clan di San Leonardo: la “continuità” di Mannolo
Il clan Mannolo di San Leonardo di Cutro occupa uno spazio centrale in questa galleria di propaganda digitale. Significativo il post che accompagna una foto in bianco e nero dal sapore nostalgico — un trio di condannati in cui compare il boss Alfonso Mannolo — sormontato da una didascalia che suona come un avvertimento e una promessa al tempo stesso. «Il fuoco che sembra spento spesso dorme sotto la cenere». È il manifesto della continuità, l’idea che la forza del clan rimanga intatta nonostante le operazioni giudiziarie e i colpi subiti.
Sulle bacheche social, la solidarietà verso i membri della famiglia finiti in cella si traduce in uno stillicidio di messaggi di incoraggiamento e rivendicazione identitaria. Si va dai saluti calorosi e dalle richieste di “presta libertà” lanciate da roccaforti storiche come Africo o Nicotera, fino all’esaltazione intransigente della scelta mafiosa e all’attacco ai collaboratori di giustizia. «Non abbiamo mai scelto la scorciatoia! Perché è meglio perdere la libertà che la dignità».
Anche quando si affrontano i pesanti conti con la giustizia, come i vent’anni di reclusione inflitti a un affiliato, la narrazione social capovolge la realtà giudiziaria trasformandola in un epos familiare: «20 anni sono tanti, ma dietro di te ci sono io Papà».
“Nessun rimpianto” per il boss Trapasso
Cassa di risonanza social anche per un altro clan stanziato a San Leonardo di Cutro. Emblematica l’immagine del boss Giovanni Trapasso con i propri familiari montata sulle note degli 883, con la risemantizzazione del ritornello “Nessun rimpianto, nessun rimorso”. Una frase che, sganciata dal contesto autentico, nel sottotesto criminale diventa un manifesto di adesione incondizionata alle scelte compiute e all’appartenenza al clan.
Intorno a questa narrazione si muove una fitta rete di sostenitori e familiari. C’è chi invoca la forza e il coraggio dei “leoni” rammaricandosi di non poter essere fisicamente presente, e chi esibisce con orgoglio i rapporti storici con i vertici della famiglia. «Onorati di poter dire che siete miei amici da tuo papà Giovanni e tuo fratello Tommaso». La figura del patriarca Giovanni Trapasso viene celerata come «un grande uomo rispettoso con tutti». La sua sarebbe una «grande famiglia di persone educate e rispettose». La facciata pubblica di un potere criminale radicato e riverito.
Inversione valoriale e strategia di gruppo
Lo storico delle mafie Antonio Nicaso lo aveva previsto in un’intervista rilasciata un paio d’anni fa al Quotidiano, in cui ipotizzava che, sull’esempio dei “cattivi maestri” messicani, la ‘ndrangheta avrebbe presto fatto quello che la camorra già fa. Comunicare in rete diventa strategia di gruppo e non del singolo. Forse, le cosche del Crotonese, tra le più resilienti della ‘ndrangheta, ci sono già arrivate e fanno proselitismo sui social. Ciò che emerge da questa breve sintesi di una rassegna che sarebbe immensa è la completa inversione valoriale operata dai clan. Il carcere duro non è stigma sociale, ma medaglia al valore. La condanna definitiva diventa attestato di eroismo. L’appartenenza alla famiglia mafiosa si trasforma in un brand di lusso identitario, ostentato con fierezza tra emoticon di leoni, corone e manette stilizzate, senza disdegnare incursioni nel dibattito pubblico. In questo ecosistema digitale, i social network diventano il più efficiente strumento di propaganda a costo zero per la ‘ndrangheta. Un modo per mantenere vivo il legame con il territorio, rilegittimare i boss dietro le sbarre e inoculare nelle giovani generazioni miti distorti e disvalori criminali. Anche quando lo Stato sbarra le porte del 41-bis, la corte virtuale dei clan continua a battere le mani.
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