Nadia Paone: «Cerco suoni che mi riportino a casa. La mia Calabria mi manca sempre»
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«Buona la terza», si potrebbe dire per Nadia Paone. La professionista del suono originaria di Catanzaro ha conquistato il Premio David di Donatello 2026 nella categoria “Miglior suono” per il mix del film “Primavera” di Damiano Michieletto, alla sua terza candidatura. Le precedenti nomination erano arrivate per “Ammore e malavita” dei Manetti Bros nel 2018 e per “Esterno notte” di Marco Bellocchio nel 2022. Un riconoscimento che corona un percorso professionale costruito negli anni alla Laser Film e attraverso importanti collaborazioni, senza mai perdere il legame con le proprie radici.
Quando ti sei laureata al Politecnico di Vibo Valentia, ti aspettavi tutto questo?
«Mai. In realtà non pensavo di poter svolgere una carriera nel cinema. Mi piaceva stare dietro la consolle: già a Gagliano (quartiere di Catanzaro, ndr) seguivo le commedie teatrali del Circolo e stavo sempre vicino al mixer. Poi ho capito che lavorare sul suono per immagini era qualcosa che poteva diventare il mio mezzo di espressione. Dopo tre anni al Centro Sperimentale sono arrivata alla Laser Film quasi per caso e, da allora, sono passati tredici anni».
Lasciare la Calabria è stata una scelta difficile?
«Molto difficile. Per fortuna ho genitori straordinari che mi hanno sempre incoraggiata a partire e inseguire i miei sogni. Però la mia terra mi manca sempre. Potrei andare ovunque, ma casa resta casa».
Parliamo del film premiato. In “Primavera” la musica ha una doppia anima: da una parte quella che appartiene alla musica “in scena”, dall’altra quella della colonna sonora. Quanto è stato importante trovare un equilibrio?
«La sfida più grande è stata raccontare non solo la musica, ma anche i silenzi e l’atmosfera della Venezia del Settecento. La richiesta del regista era chiara: non voleva che il film “suonasse come un cd” e tutto doveva risultare naturale. Per questo abbiamo lavorato molto su ambienti, riverberi e dettagli sonori, cercando un’armonia credibile tra tutti gli elementi del film».
In alcune scene del film Cecilia si sente ispirata dai suoni che la circondano. Ci sono dei suoni legati alle tue radici?
«Credo che dentro di me ci sia sempre una ricerca naturale di quei suoni che mi riportano a casa. Anche se siamo a Venezia, certi elementi sonori possono comunque evocare qualcosa di familiare, dare una sfumatura emotiva particolare».
Hai per questo dedicato il premio alla tua città?
«Ho voluto dedicare il premio alla mia città perché non bisogna mai dimenticare da dove si viene. L’ho dedicato alla mia famiglia, ai sacrifici fatti, ma anche a Catanzaro e soprattutto a Gagliano, dove sono cresciuta. Quando uscì “Napoli New York” di Salvatores, comprai un’intera fila al cinema per andarci con i miei amici dell’asilo. Sembrerà una sciocchezza, ma per me era importante condividere quel momento con loro. È bello riconoscere la bellezza dei legami che superano la distanza».
Dopo questo David, qual è il prossimo sogno?
«Molti mi hanno detto: “Ora tocca vincere l’Oscar”. Sarebbe bello, e perché no? Sognare non è reato. Ma per ora godiamoci il momento».
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