minima la quota di energia pulita tra il 2019 e il 2024
Oggi è più che mai indiscutibile e come tale riemerge ad ogni crisi globale, eppure il concetto della transizione energetica come una delle leve strategiche più rilevanti anche in chiave economica non sembra proprio attecchire in Italia, stando all’audizione della Corte dei conti sul Documento di finanza pubblica 2026. I giudici contabili lo dicono chiaramente: “L’espansione delle fonti rinnovabili e delle soluzioni energetiche a basse emissioni rappresenta una strategia efficace e pienamente coerente con gli obiettivi di decarbonizzazione” eppure alla chiarezza degli obiettivi non corrisponde ancora una pari efficacia nell’attuazione. L’Italia, infatti, è in un sensibile ritardo rispetto ai principali partner europei.
Italia (molto più lenta) di Spagna, Francia e Germania
Nel periodo 2019-2024, la nostra quota di energia da fonti rinnovabili è cresciuta di appena 1,2 punti percentuali, a fronte di incrementi molto più consistenti registrati in Spagna (+7,6), Francia (+6,1) e Germania (+5,2). Il ritardo è ancora più critico se letto alla luce del contesto internazionale dato che, come si legge nel documento, la dipendenza da fonti fossili estere rappresenti un fattore di vulnerabilità negli scenari – sempre più – instabili. Il punto è lo stesso che ripetono ciclicamente anche Giorgia Meloni e il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin: la diversificazione degli approvvigionamenti serve anche a ridurre le esposizioni interne. Eppure, le rinnovabili restano al palo. Il raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione, spiega la Corte, “richiede un deciso impegno”
Italy for Climate : “Rallentamento anche nel 2025”
Non dovrebbe essere andato meglio nel 2025 quando – stando ai dati della Rete Italy for Climate (I4C) diffusi nelle scorse settimane – le nuove installazioni di rinnovabili in Italia sono calate per la prima volta, da 7,5 a 7,2 GW, dopo anni di crescita progressiva. Il 4 per cento in meno. Basti pensare, per comprendere la portata dell’occasione persa, che con il raddoppio della potenza installata nei 16 anni precedenti abbiamo ridotto la necessità di energia da importazione del 7 per cento. Oltre 30 milioni di barili di petrolio o 5-6 miliardi di metri cubi di gas naturale in meno ogni anno. Tradotto in termini concreti, spiegava il report di I4C, significa meno acquisti dall’estero, meno esposizione ai mercati e un risparmio annuo valutato in circa 3,5 miliardi di euro”
Il prezzo del petrolio e la crescita
La Corte, poi, rileva come nel quadro previsivo si tenga conto delle conseguenze legate al conflitto in Medio Oriente ipotizzando la conclusione del conflitto e la riapertura del canale di Hormuz entro “un orizzonte temporale contenuto”. In questo scenario i prezzi del petrolio (Brent) sono pari, in media d’anno, a 85 dollari al barile nell’anno corrente per poi scendere a 71,7 dollari nel 2027 e attestarsi intorno a 68 dollari solo nei due anni successivi. Sulla base di queste condizioni, le prospettive di crescita del Pil sono a circa +0,6% nel 2026 e nel 2027 e fino a +0,8% nel 2028-2029.
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