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Dear Bongo – All The Good-Hearted People Have A Dumb Face: Una Babele art-punk :: Le Recensioni di OndaRock

“Parla dei tuoi pregi e difetti”. “Pregi: nessuno. Difetto principale: la bontà”.
In seconda media la penna di questo articolo scelse di iniziare a sviluppare in questa maniera la richiesta di un temino di italiano; è cosa nota effettivamente che tale caratteristica, unita ad una più o meno pronunciata sensibilità, possa spesso tramutarsi più in una croce che in un vantaggio, perlomeno per la persona che la possiede, e l’evoluzione della nostra società fino ai giorni nostri non ha fatto altro che confermarlo. La paura di non risultare conformi alle aspettative (estetiche, caratteriali, e legate a vari canoni irrealizzabili), di non essere abbastanza performativi, di non sapersi “vendere” e raccontare con abilità, e di essere conseguentemente emarginati, è solo una piccola parte di ciò che siamo stati abituati a soffocare sotto una spessa coltre di inquietudine, e la seconda opera dei Dear Bongo “All The Good-Hearted People Have A Dumb Face” illustra tutto questo con sagace ironia e un senso neanche troppo velato del grottesco.

Il loro tagliente esordio “Unfullfilled” si era fatto largo a spinte tra post-hardcore e post-punk, puntando a trasporre su disco la resa live della band, mentre ad emergere dal sophomore è una babele di generi musicali, oltre che linguistica in un paio di episodi, che convivono senza pestarsi i piedi, in una cornice maggiormente improntata all’art-punk.

Il percorso prende il via dalle saettate garage-punk della stralunata “La Fièvre”, dove il cantato folle e allucinato di Simone Felici si divide tra inglese e francese, sostenuto dai guitar-riff imponenti di Paolo Vaglieco, proseguendo sugli efficaci mantra di “How Was It?”, dove la protagonista è la cosiddetta “FOMO”, ansia sociale per eccellenza, che scivola su strofe à-la Parquet Courts (e se si vuol andare ancor più a monte, Talking Heads), con un finale consegnato a coretti beffardi e chitarre dall’impronta tra psichedelia e glam, per poi rincarare la dose con l’assalto post-hc di rimando ai Nomeansno della schizofrenica “The Moralist”, dove vengo sfoggiati vari giocattoli, tra cui un glockenspiel. In parte più vicina alla produzione asciutta del debutto per le rincorse ritmiche preminenti, macinate dal percussionista Fabio Remedia e dalla bassline di Davide Ingiulla, “Fit And Preening Man” alterna sfuriate feroci a toni armonici, celando memorie post-punk dei LIFE fino ai Fall di “Hex Enduction Hour”.

Uniqueness and authenticity suggest anxiety

Lo sperimentalismo di “No Hip Young Guys” si muove tra sovrapposizioni di sassofoni impazziti sprigionati da loop di nastro tra James Chance e una mattata in zona John Zorn, con un pizzico di Devo nei synth bislacchi, mentre il crescendo della lunga composizione “All The Good-Hearted People Have A Dumb Face” si apre con un cantato bluesy a cappella e culmina quasi in una marcia trionfale a cui si accodano veloci riff psych-(hard-)rock. Spiazza come non mai la tregua di “Mind Deceiver”, brano scarno con chitarra acustica in primo piano che si dondola tra esperimento slacker e venature pseudo-slowcore, con un finale sfumato in cori riavvolti al contrario. La conclusiva e articolata “Es Ist Vorbei” riserva un ulteriore colpo di scena, partendo da un’intro minacciosa fomentata dall’accoppiata basso-batteria, anticamera di una sorta di ultimatum reso ancor più perentorio dalla scelta della lingua tedesca, fino ad ammorbidirsi e dissolversi verso una placida ed echeggiante coda di memoria (psych-)alt-rock tra fine anni Ottanta e inizio Novanta.

Difficile da compartimentare, “All The Good-Hearted People Have A Dumb Face” dei Dear Bongo lascia spaesato l’ascoltatore e trasforma l’irrequietezza in un caleidoscopio sonoro disturbante e al contempo irresistibile, rammentandoci che forse quel viso apparentemente sciocco associato alla bontà non sia un limite, ma quasi una forma di resistenza in un mondo che troppo spesso dimentica come restare umani.

30/04/2026




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