Midterm Usa, il voto dei latinos punisce Trump: il 60% sceglie i dem. La rivolta contro le espulsioni e il carovita: “Ci sentiamo traditi”
“Can the Subaltern speak?”. La domanda, posta 43 anni fa dall’intellettuale post coloniale Gayatri Chakravorty Spivak, torna a galla poche ore dopo la virata dell’elettorato latino negli Usa, il cui voto castigo è stato decisivo nella disfatta di Donald Trump alle elezioni di metà mandato. Il 60% di loro – 39 milioni di persone, che rappresentano il 16% degli aventi diritto – ha votato contro l’amministrazione Trump, trainato dalle donne (66%) e dai giovani tra 18 e 29 anni (61%), con 4 milioni di neomaggiorenni che per la prima volta si sono recati alle urne. “I latini sono stati il gruppo che più si è inclinato verso i repubblicani – ha scritto l’analista Geraldo L. Cadava su The Atlantic – e quest’anno hanno oscillato con la stessa forza, ma in direzione opposta”.
E la loro affluenza, già da record al voto anticipato, con oltre 5 milioni di schede, è stata determinante soprattutto negli Stati della Sun Belt, come l’aveva battezzata lo stratega conservatore Kevin Phillips, tradizionalmente identificata con i repubblicani. Persino lo stato del Texas, roccaforte conservatrice, cede all’ondata ispanica con Gina Hinojosa, classe 1973, eletta governatrice. “Il Texas ha dimostrato che la nostra comunità non è proprietà di nessuno – ha commentato subito dopo il voto –. Abbiamo votato per proteggere le nostre famiglie dalla paura e per sollecitare scelte economiche utili alla classe lavoratrice, non solo per pochi”. Il voto castigo si è esteso anche in Arizona, Georgia e North e South Carolina. Tra le poche eccezioni c’è la Florida, complice l’affluenza massiccia dei repubblicani al voto anticipato e il sostegno della comunità cubanoamericana radicata a Miami-Dade, più attratta dall’offensiva di Washington sull’Avana che da elementi di politica interna. “C’è una forte impronta repubblicana nei cubani. Penso che molti di loro siano arrabbiati con Trump, ma rimangono comunque repubblicani”, spiega Guillermo Grenier, professore di sociologia presso l’Università internazionale del Florida.
Ma l’eccezione di Miami non smentisce il risultato il generale, che per molti ha la valenza di un referendum sulla stretta migratoria e sull’economia. E almeno l’11% di coloro che nel 2024 hanno votato Trump alla Casa Bianca hanno scelto l’opzione dem. “Ci ha mostrato il suo vero volto”, dice alla Bbc Jessica Cantù, elettrice del Texas, 38 anni, il cui fratello è stato espulso dagli Stati Uniti. “Aveva promesso di colpire i criminali, ma si scaglia contro i lavoratori; non ha chiuso con le guerre, ma ne ha aperte delle altre, e l’economia arranca. Ci sentiamo usati e traditi”.
Sentimento diffuso anche tra gli elettori ispanici di fede evangelica – circa il 23% sul totale –, un tempo attratti dalle rivendicazioni dei valori tradizionali nell’area repubblicana o dal nazionalismo cristiano evocato da Trump. “Questo voto dimostra che la nostra comunità non è una proprietà politica di nessuno”, ha commentato il pastore Samuel Rodríguez, presidente della National hispanic Christian leadership. “Molti fedeli avevano dato fiducia all’amministrazione nel 2024 sperando in riforme economiche e sicurezza – ha aggiunto –, ma l’impatto umano e psicologico delle azioni sul territorio nei mesi scorsi ha superato il limite. Il risultato nelle urne riflette il dolore profondo delle nostre congregazioni”.
I volontari della piattaforma Voto Latino assicurano a ilfattoquotidiano.it che qualcosa sta cambiando nel rapporto di forza tra Washington e l’elettorato latino: “Siamo davanti a una realtà crescente in tutto il Paese: alle crisi la gente risponde recandosi alle urne, rimaste l’unico spazio di manovra. E ora siamo anche consapevoli di poter spostare gli equilibri di un’elezione”. Analisti come Mike Madrid parlano addirittura di un gruppo elettorale in transizione. “L’elettorato latino sta evolvendo: da blocco meramente razziale ed etnico si sta trasformando in un elettorato economico, che vota a seconda della propria condizione economica e di classe”. Lo conferma Mark Hugo López, Pew Research Center, a commento dei risultati: “L’errore più grande per un comitato elettorale è trattare l’elettorato ispanico come un blocco monolitico o prevedibile. I nostri dati post-voto mostrano che i latini agiscono come giudici severi e pragmatici. Soprattutto se l’economia rallenta o se si sentono sotto assedio”.
Ora è tempo di verifica nel Partito Repubblicano, dove il fronte di senatori già critici sull’operato dell’Ice tra cui María Elvira Salazar – che si è imposta con un risicato 50,27% dei voti nel 27° distretto della Florida di fronte al 49,27% del democratico Eliott Rodríguez – guadagna più spazio dopo il voto. “I latinos, che l’hanno votata nel 2024, si sentono traditi”, era stato il suo monito a Trump. Nello stesso tempo, analisti come Daniel Garza rivendicano che “non esiste una casa (un partito, ndr) per gli elettori latini”, a smentita dei commenti che in queste ore circolano tra i dem. Si tratta di un elettorato in fase di emancipazione, che ha giocato le sue carte contro il caudillo di turno.
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