Economia

Messori: “Sbagliate le interferenze di Meloni e del Pd”

ROMA – Il governo appoggia l’iniziativa di Lovaglio? «Non ho alcuna informazione che mi permetta di rispondere con cognizione di causa. Posso però sottolineare due aspetti. Il primo è che non ho apprezzato le interferenze politiche della presidente Meloni e di altri esponenti di maggioranza e di minoranza rispetto a operazioni che vanno vagliate dalle autorità indipendenti di regolamentazione e condivise o rigettate dagli operatori di mercato». E il secondo aspetto? «Non si può criticare il comportamento del governo tedesco rispetto all’operazione Unicredit-Commerzbank e poi agire in modi analoghi». Marcello Messori, già presidente di Assogestioni, oggi docente all’Istituto Europeo di Firenze, cerca di seguire il filo d’Arianna che porta di fatto il governo sulla linea di Lovaglio.

Come doveva comportarsi il governo?

«In ogni caso doveva essere cauto. Dopo aver inopinatamente usato il cosiddetto golden power per impedire l’acquisizione di Bpm da parte di Unicredit e aver ricevuto una censura sostanziale (anche se non formale) dalle istituzioni europee, le armi ormai sono spuntate, a meno che non si sia disposti a calpestare ogni regola di buon funzionamento del sistema economico».

Perché l’ad di Mps ha varato due iniziative così ambiziose?

«Il disegno di Lovaglio è strategico. Per utilizzare i punti di forza di Mediobanca nel nuovo gruppo guidato da Mps, la banca dovrebbe estendere la sua attività e rafforzare la presenza nella gestione della ricchezza. La prima esigenza sarebbe soddisfatta dall’acquisizione di Bpm e la seconda da Banca Generali che potrebbe così integrarsi con Mediobanca. La duplice aggregazione metterebbe Mps al riparo dall’Ops di Intesa: i problemi antitrust, le complessità organizzative e gli esborsi finanziari di un’acquisizione di Mps+Bpm+Mediobanca+Banca Generali sarebbero eccessivi anche per un gruppo come quello di Messina. Per di più, per Intesa sfumerebbe l’opportunità di acquisire una posizione di forza relativa in Generali, dal momento che Lovaglio sarebbe spinto a cedere la quota del 13% del gruppo assicurativo per aumentare le basse probabilità di successo delle sue due operazioni su Banca Generali e Bpm».

Un’iniziativa, quella di Lovaglio, con scarsa possibilità di successo?

«Tre ragioni. Essendo Mps oggetto di una Ops da parte di Intesa, Lovaglio deve rispettare la “passivity rule” il suo progetto può essere avviato solo se otterrà l’approvazione di un’assemblea a maggioranza dei due terzi. Dati i conflitti emersi tra i due principali azionisti di Mps in occasione della conferma di Lovaglio, non è scontato che Delfin e Caltagirone si accordino. La seconda ragione è che Bpm ha come azionista al 30% uno dei maggiori gruppi bancari francesi, Crédit Agricole. Come già emerso nei contatti informali avvenuti tra Bpm e Mps per tentare una fusione amichevole, Crédit Agricole non vuole rinunciare al controllo di fatto su Bpm per diventare un socio di minoranza di un gruppo Mps allargato, che a sua volta non ha contropartite allettanti da offrire ai francesi. Infine, l’attuale Mps non ha la dimensione adeguata e la rilevanza per rendere appetibili puri scambi azionari. Bpm vale almeno 25 miliardi e Banca Generali intorno agli 8. Se cedesse una parte consistente del 13% di Generali al miglior acquirente di mercato per dotarsi di risorse finanziarie e addolcire le condizioni della duplice Ops, Lovaglio rischierebbe di aprire un conflitto per l’acquisizione di posizioni di forza in Generali da parte di altri grandi attori. Il che non aumenterebbe il sostegno alla sua operazione da parte dei politici di maggioranza».


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