Scienza e tecnologia

LockBox: l’app UniNA che premia chi spegne lo smartphone

Spegnere le notifiche e concentrarsi sui libri non è mai stato così conveniente, almeno in senso letterale. L’Università Federico II di Napoli ha lanciato un’app chiamata LockBox (da una rapida ricerca sembra questa, o un qualche variazione sul tema), che trasforma le sessioni di studio offline in monete virtuali da spendere in premi reali. L’idea è semplice quanto efficace: più stai lontano dallo smartphone, più guadagni.

Il progetto si chiama #benesseredigitale UniNA e nasce da una preoccupazione comprensibile: l’iperconnessione frammenta l’apprendimento e aumenta lo stress degli studenti. Non è una crociata contro la tecnologia, anzi: il rettore Matteo Lorito ha chiarito che l’ateneo considera la tecnologia uno strumento importante, ma vuole guidare i ragazzi verso un uso più consapevole.

LockBox offre tre livelli di disconnessione, ognuno con un diverso compenso orario.

  • La modalità “hard” è la più restrittiva: passa solo le telefonate e gli SMS classici, e frutta 60 monete all’ora.
  • La modalità “music” vale lo stesso credito, ma consente di ascoltare playlist strumentali durante lo studio.
  • Chi non vuole rinunciare a tutto può scegliere la “easy mode”, che blocca solo i social network e lascia attivi strumenti utili come calcolatrici e dizionari, ma rende solo 12 monete all’ora.

Le monete accumulate non sono solo virtuali: attraverso una rete di partner commerciali, è possibile convertirle in ingressi al cinema, abbonamenti in palestra, viaggi o libri universitari.

Chi raggiunge 1.500 monete, pari a circa 25 ore di concentrazione, riceve anche un Open Badge Benessere Digitale, un attestato ufficiale rilasciato da Bestr, che può essere inserito addirittura nel curriculum vitae.

Il badge è forse l’aspetto più interessante dell’intera iniziativa: dimostrare ai futuri datori di lavoro la propria capacità di gestire le distrazioni digitali è una competenza sempre più richiesta, e averla certificata da un ateneo pubblico è tutt’altro che banale. Certo, l’app ha senso solo se lo studente non imbroglia usando un secondo dispositivo, ma questo vale per qualsiasi sistema di questo tipo. Resta comunque un’idea che merita attenzione, soprattutto in un momento in cui il tema del rapporto tra giovani e tecnologia è al centro del dibattito.


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