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Libano, attacco ai caschi blu. “Morto un soldato francese”. Hezbollah respinge le accuse

Imboscata mortale ai caschi blu, l’Onu accusa Hezbollah, che nega e ricominciano i raid israeliani. La tregua in Libano è appesa ad un filo e sembra quasi collegata al tira e molla sullo stretto di Hormuz. Ieri mattina è stata attaccata “una pattuglia dell’Unifil impegnata nella bonifica di ordigni esplosivi lungo una strada nel villaggio di Ghanduriyah, al fine di ristabilire i collegamenti con le postazioni isolate” dei caschi blu. La notizia arriva dal comando della missione Onu nella mani del generale italiano Diodato Abagnara. L’avanguardia francese “è stata bersagliata da colpi di armi leggere sparati da soggetti non statali” si legge nella nota. Il sergente maggiore Florian Montorio del 17º reggimento genio paracadustisti “è rimasto vittima di un’imboscata da parte di un gruppo armato, a distanza molto ravvicinata, venendo colpito da un proiettile” ha scritto su X il ministro della Difesa francese, Catherine Vautrin. Gli altri parà lo hanno subito soccorso per tentare di rianimarlo, ma dev’essere morto sul colpo. Altri tre caschi blu sono rimasti feriti, due gravemente, nell’attacco vicino alla roccaforte del partito di Dio a Bint Jbeil quasi sbaragliata dagli israeliani.

L’Unifil ha avviato un’indagine, ma “una prima valutazione indica che il fuoco proveniva da attori non statali (presumibilmente Hezbollah)” si legge nel comunicato della missione. Il presidente francese, Emanuele Macron, ha dichiarato: “Tutto suggerisce che la responsabilità sia di Hezbollah”. I filo iraniani hanno negato “qualsiasi coinvolgimento nell’attacco contro Unifil”, ma in quella zona, oltre ai caschi blu ci sono solo loro e gli israeliani. In passato hanno operato nel Sud anche cellule di gruppi estremisti palestinesi annidati nei campi profughi di Tiro e Sidone, ma quasi sempre con il tacito avallo di Hezbollah.

Per di più un dirigente del partito armato sciita, Mahmud Qamati, ha attaccato ieri il presidente libanese, il cristiano Jospeh Aoun sulla tregua ed il negoziato con Israele. “Ha ringraziato l’assassino e il criminale (il presidente Trump, ndr) ma non l’Iran per averci salvato – ha dichiarato Qamati – La mano della resistenza libanese resterà sul grilletto”. Sui primi timidi contatti diretti con lo stato ebraico Hezbollah “non è interessato ai negoziati destinati al fallimento”. E con toni da golpe ha ribadito che “siamo noi a dettare le decisioni, non chi ha uno status ufficiale”.

La rotta di collisione interna al paese dei cedri è confermata dall’incontro fra il presidente Aoun ed il primo ministro Nawaf Salam per “una valutazione della fase successiva al cessate il fuoco e degli sforzi in corso per consolidarlo”. E soprattutto sulla “disponibilità del Libano per i negoziati previsti” con Israele ad un livello più alto degli ambasciatori a Washington. I colloqui dovrebbero entrare nel vivo dopo il 21 aprile, festa dell’indipendenza dello Stato ebraico, ma la tregua è sempre più fragile.

Le forze israeliane hanno bombardato nel Libano meridionale e utilizzato anche l’artiglieria contro miliziani di Hezbollah che avrebbero “violato gli accordi di cessate il fuoco” cercando di penetrare nella zona “cuscinetto” creata a Sud del fiume Litani. L’esercito ha tracciato una linea gialla, come a Gaza, di interdizione che comprende 55 villaggi a nord del confine con Israele.


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