Sversamento Iplom a Fegino dieci anni dopo, i residenti: “Oggi ancora assediati da cantieri, pericoli e silenzi”
Genova. Lo scorso 17 aprile è stato un anniversario “doloroso” per una parte di città, passato pressocché in silenzio: sono passati esattamente dieci anni dallo sversamento di petrolio dall’oleodotto Iplom, il grave incidente ambientale che ha sconvolto il quartiere di Fegino e le zone limitrofe.
Era la sera del 17 aprile 2016 quando, a seguito della rottura di una tubatura in alveo, una “marea nera” di 700 mila litri di petrolio fuoriuscì dalle condotte che collegano i depositi della zona alla raffineria di Busallasi per riversarsi prima nel Fegino e poi nel Polcevera, arrivando in mare. Nelle settimane successive, gli idrocarburi fuoriusciti vennero persino ritrovati nei pressi delle coste francesi.
Oggi, il Comitato spontaneo cittadini Borzoli e Fegino ricorda quei giorni terribili: “Erano le 19.42 quel 17 aprile, un abitante della zona prova a comporre il numero verde presente nelle paline ubicate lungo il percorso delle tubature […] Non riceve nessuna risposta”. Solo l’intervento dei Vigili del fuoco poi evitò conseguenze ancora peggiori, poiché l’azienda non fu in grado di prevenire lo scoppio di una condotta – che si scoprì essere già “molto assottigliata” – sotto la pressione di pompaggio.

La gestione giudiziaria della vicenda, poi, ha lasciato l’amaro in bocca ai residenti. Nel 2020, l’azienda ha patteggiato una multa di 150 mila euro, escludendo la possibilità per i cittadini di costituirsi parte civile. “Al danno che non sapremo mai commisurare,” denuncia il comitato, si aggiunge l’assenza di analisi epidemiologiche serie per valutare la correlazione tra l’incidente e i potenziali danni alla salute.
Le battaglie normative e il “vuoto” della Seveso III
In questi due lustri, la mobilitazione non si è limitata alla protesta locale. Grazie alla collaborazione con esperti ambientali, è stata presentata una petizione in Parlamento per colmare un vuoto normativo. L’obiettivo era l’applicazione della direttiva Seveso III, che regola la gestione di impianti a rischio di incidente rilevante, anche alle infrastrutture che trasportano materiali pericolosi, come appunto gli oleodotti interrati. Ma, nonostante un passaggio in commissione, la proposta è rimasta “chiusa in un cassetto”, vittima di una logica che mette “al centro il profitto anziché la sicurezza di persone e ambiente”, come commenta il comitato.
Oggi, la situazione a Fegino e Borzoli rimane complessa. “Si stanno facendo i lavori per l’interramento delle tubature che stanno impattando in modo feroce nel territorio e che continueranno a mettere in pericolo per la loro presenza, abitanti e ambiente, senza che nessuno ci informi dell’avanzamento lavori, interrotti a lungo anche per il rinvenimento di reperti archeologici in zona, senza che si sappiano quali rinaturalizzazioni si pensano per i fronti in cui insistono gli scavi, che ad ogni pioggia riversano enormi quantità di fango lungo la strada – scrive il comitato – Nel mentre non si conoscono tempistiche con cui verranno tolte le tubature, attualmente ancora in alveo del rio Fegino cosa che evidentemente, è azione necessaria per poter avviare i lavori di adeguamento idraulico per cui appunto abbiamo chiesto assemblea pubblica, senza aver ad oggi avuto alcuna risposta dalla amministrazione“.
“In questi dieci anni abbiamo cercato di portare avanti la lotta per poter vivere in un quartiere sicuro e salubre, molti di noi purtroppo ci hanno lasciato e a loro va il nostro ricordo più caro, alcune cose siamo riusciti tutte e tutti assieme a migliorarle, molte, troppe aspettano ancora risposte, altre si sono aggiunte come la situazione della scuola che tanto ci sta preoccupando – conclude il comunicato del comitato – Certamente non smetteremo di pensare di avere diritto a vivere in un quartiere che merita rispetto, e come sempre, continueremo a occuparci anche in modo propositivo della vita del quartiere, nonostante l’amarezza che spesso ci assale”.




