L’ex affiliato dei Casalesi e collaboratore di giustizia Pasquale Fava parla ai giovani dell’Iis “Leonardo da Vinci”
All’Istituto di Istruzione Superiore “Leonardo da Vinci” di Santa Maria Capua Vetere, diretto dalla professoressa Alfonsina Corvino, si è svolto giovedì 5 novembre un incontro dedicato alla legalità, alla prevenzione della devianza e alle conseguenze delle scelte sbagliate. Protagonista della mattinata è stato Pasquale Fava, ex affiliato al clan dei Casalesi nonché ex collaboratore di giustizia, che per la prima volta ha incontrato di persona una platea di studenti, raccontando la propria esperienza di criminalità, droga e successiva presa di coscienza.
Davanti alle classi quarte e quinte, Fava ha ripercorso il proprio passato, spiegando come povertà, frequentazioni sbagliate, ricerca del denaro facile e consumo di sostanze lo abbiano progressivamente trascinato nel mondo criminale: “Non immaginavo quello che è successo, io volevo fare il militare, per avere un lavoro sicuro, invece sono finito dall’altra parte della barricata”. Ha ricordato anche l’accusa di duplice omicidio e i vent’anni di processo, sostenendo che proprio quella vicenda sia stata la spinta per cambiare strada. Ha presentato inoltre il suo libro “Dalla parte giusta”.

Nel dialogo con la psicoterapeuta cognitivo-comportamentale Maria Pia Ielpo sono stati approfonditi i meccanismi psicologici che possono rendere i giovani vulnerabili: bisogno di appartenenza, insicurezza, ricerca di riconoscimento, dipendenze e influenza dei gruppi e dei social network. Agli studenti è stato rivolto l’invito a coltivare passioni, sport e relazioni positive, senza avere paura di chiedere aiuto agli adulti o agli specialisti.
È intervenuto anche Donato Trepiccione, referente dell’associazione SVP “Ciò che vedo in città”, che ha sottolineato l’importanza del ruolo della scuola e delle istituzioni educative nell’intercettare le fragilità prima che si trasformino in solitudine, dipendenze o adesione a modelli criminali.
Nel suo racconto, Fava ha voluto soprattutto smontare il mito del potere e del benessere economico legati alla criminalità, descrivendo una vita segnata dalla paura, dalla mancanza di veri rapporti umani e dall’impossibilità di sentirsi realmente liberi. “Quando ero libero, non lo ero veramente”, ha spiegato, ricordando il prezzo pagato anche dalla propria famiglia.
Oggi, accompagnato dalla moglie e dal figlio più piccolo e senza scorta, Fava ha scelto di mettere la propria storia al servizio dei giovani, con l’obiettivo di impedire che altri possano imboccare la stessa strada. “Se posso aiutare anche un solo ragazzo, per me è un riscatto”, ha concluso, sintetizzando il significato della sua testimonianza.
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