La legge sul fine vita spacca la maggioranza. Calderoli contro l’impugnativa del governo, Salvini non ha votato
Il governo nazionale ha deciso di impugnare la legge sul fine vita del Veneto, prima Regione amministrata dal centrodestra (il governatore è il leghista Alberto Stefani) a dare il via libera a «procedure e tempi per l’assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito». Lo ha deliberato il Consiglio dei ministri. Il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini, a quanto si apprende, non ha partecipato né alla discussione né alla votazione. Il ministro per gli Affari regionali Roberto Calderoli, anche lui leghista, si è invece espresso contro l’impugnazione, sostenendo che si tratta di una legge ordinamentale che indica solo le linee guida attenendosi alle norme già in vigore.
Zaia: «Rivendico con convinzione la legge votata dal Veneto»
«Rispetto pienamente la decisione assunta oggi dal Consiglio dei ministri di impugnare la legge veneta sul fine vita. È una prerogativa costituzionale del Governo, che ha il diritto di rivolgersi alla Consulta quando ritiene che una norma regionale presenti profili di incostituzionalità. Come d’altronde è pienamente legittimo che i rappresentanti della Lega in Cdm non abbiamo partecipato al voto. Personalmente rivendico con convinzione la scelta compiuta dal Consiglio regionale del Veneto, che ho personalmente sostenuto e votato». Lo afferma il presidente del Consiglio regionale del veneto Luca Zaia.
«Una scelta – prosegue Zaia – di responsabilità, di rispetto delle sentenze della Corte costituzionale e, soprattutto, di attenzione ai cittadini e alla loro libertà. Abbiamo voluto dare regole certe a situazioni già previste dal nostro ordinamento, evitando di lasciare soli i pazienti, le loro famiglie e i medici davanti a decisioni di straordinaria delicatezza». La legge regionale 8 settembre 2026, n. 17, sulle procedure per l’assistenza sanitaria al suicidio medicalmente assistito, era stata approvata dall’Assemblea legislativa veneta lo scorso 2 settembre. Per Zaia «l’impugnazione rappresenterà un’ulteriore occasione di approfondimento giuridico. La Corte costituzionale si è già espressa sulle normative di Toscana, Emilia Romagna e Sardegna, chiarendo anche gli spazi entro i quali possono intervenire le Regioni. Ora avrà modo di pronunciarsi anche sulla legge veneta. Attendiamo questo giudizio con serenità, convinti della serietà del lavoro svolto e della volontà di rispettare pienamente il quadro costituzionale. Ma credo che il vero problema sia un altro, e che non possa essere attribuito a questo Governo o a una singola maggioranza politica: l’Italia trascina da troppi anni un vuoto legislativo sul fine vita che nessun Parlamento non è ancora riuscito a colmare». Ricordando la vicenda di Eluana Englaro e la sentenza della Consulta del 2019 sul caso di Dj Fabo, con le quattro condizioni “rigorose» per la non punibilità dell’aiuto al suicidio, Zaia aggiunge che «da allora sono passati diciassette anni. Si sono succeduti Governi e maggioranze di orientamento diverso, ma una legge nazionale ancora non c’è. Ecco perché non considero questa una battaglia tra destra e sinistra. Su questioni così profonde le sensibilità attraversano tutti gli schieramenti, perché prima delle appartenenze politiche vengono le coscienze individuali. Il punto non è stabilire chi abbia ragione sul piano morale, ma assumersi la responsabilità di dare al Paese una disciplina chiara, rispettosa della dignità della persona e capace di garantire le necessarie tutele, a cominciare dalle cure palliative e dalla protezione delle persone più fragili».
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