LEGGI GRATIS 1 – Eternit® di Giovanni Nadiani
Prende il via, a cura di Alfredo Dionisi, la Rubrica LEGGI GRATIS con l’intento di offrire gratuitamente in lettura alcuni libri editi da Edizioni Cofine con il link al libro https://poetidelparco.it/pdf/Nadiani.pdf e, a seguire, la recensione del curatore
Disfacimento e Babele linguistica in Eternit® di Giovanni Nadiani
Fin dal titolo, Eternit ® di Giovanni Nadiani si presenta con una tragica ironia: il marchio registrato dell’eternità aziendale e industriale che viene applicato a un materiale fragile, velenoso e degradabile. Assistiamo qui a una vera e propria nemesi dell’illusione moderna: ciò che per nome e vocazione doveva rappresentare l’incorruttibile e l’indistruttibile, non solo si rivela soggetto al tempo e destinato a sfaldarsi, ma proprio nello sbriciolarsi libera la sua carica tossica e mortifera.
L’Eternit si trasforma così nella metafora perfetta di una civiltà che ha edificato il proprio presente su fondamenta apparentemente indistruttibili ma intrinsecamente avvelenate. Tutta la silloge è percorsa da questa sensazione di disgregazione inesorabile, in cui la modernità e il consumo non portano futuro, ma solitudine, inquinamento interiore e alienazione.
La paralisi e la tossicità dell’universo di Nadiani si riflettono innanzitutto nella natura stravolta e negli oggetti quotidiani.
In poesie come Fura stason (Fuori stagione) e Assunzione, le stagioni perdono i loro confini «a mitê dl’istê cminzêda a Nadël» («a metà di un’estate cominciata a Natale»). Le foglie si accartocciano e i binari del treno arrugginiscono a forza di aspettare un passaggio che non avviene mai.
La dissoluzione non risparmia la carne; in E’ les dl’istê (Il liscio dell’estate), la pelle umana lentamente si sfoglia come la corteccia argentata delle betulle colpite dalla siccità, nell’indifferenza generale.
Il crocifisso di ceramica che cade e si sbriciola davanti alla porta del bar in Fura stason, evidenzia la fragilità dei punti di riferimento tradizionali. E il tentativo grottesco di incollarne i pezzi col Bostik diviene metafora della nostra impossibilità di restaurare il sacro e fermare il degrado.
Nadiani ritrae l’uomo contemporaneo all’interno dei non-luoghi e dei ritmi alienanti della società consumistica.
In Viaz (Viaggio) e Ipercoop, l’interazione umana è azzerata. Le stazioni sguarnite con gli altoparlanti staccati lasciano il posto agli “automat” che emettono biglietti purché si abbiano gli spicci, e ai bancomat che «leggono il chip dagli occhi» monetizzando perfino la stanchezza e la notte.
L’operaio in Ponteggio in allestimento vive la spersonalizzazione delle sue dieci ore di cantiere e del panino consumato sulla panchina del Conad. La sua tragedia è l’incidente che spacca l’aria del cantiere e si consuma nell’invisibilità di chi è «in subapelt senza savêl | d’una lèngva senza nom…» («in subappalto senza saperlo | di una lingua senza nome»).
In Lezar (Lèggere), le persone in una corsia d’ospedale combattono l’attesa parlando ininterrottamente dei propri mali. Ma è una recita: davanti ai manifesti funerari della piazza, la loquacità tace di colpo di fronte al dubbio sottile di «chi ch’l’arà e’ nomar | a chi tucaràl dmatena» («chi avrà il numero | a chi toccherà domattina»).
Il cuore politico e poetico di Eternit® risiede nello scontro tra registri linguistici e mondi culturali.
Nei fast food e nei parcheggi, si consuma il trionfo di una Babele convenzionale. C’è la lingua omologata della TV parlata dalle mamme nei fuoristrada, quella dell’Happy Meal o il brusio di sottofondo delle badanti straniere. La sovrapposizione dei codici non crea integrazione, ma ulteriore incomunicabilità.
A questo rumore di fondo si contrappone il dialetto autentico, quello di Walter Galli, a cui è dedicata E’ fred di pì (Il Freddo dei Piedi). Con la scomparsa del poeta cesenate non si spegne solo un uomo, ma svanisce per sempre una lingua custode di un’umanità minuta e marginale. Lapidaria la chiusa — «e s’i n’capes | i to l’interprete» («se non capiscono | prendono l’interprete») — che suggella una fiera e irrimediabile resa alla modernità.
In ROM, persino i supporti digitali (dischi e dischetti informatici) soffrono dello stesso destino di fragilità della memoria orale: la tecnologia si frantuma e si perde esattamente come il corpo umano, «drì de’ ziment giazé | e’ bur insclì di tumben» («dietro il cemento gelido | il buio intirizzito dei loculi»).
Dal punto di vista formale, l’osservazione di Nadiani non passa solo dai temi, ma dalla struttura stessa del verso. Il poeta sposta frequentemente i verbi lontani dalle immagini focali, costruendo periodi sospesi, ipotattici e aforistici. Questa scelta sintattica ricalca perfettamente l’andamento del flusso di pensiero interiore, il borbottio da bar o l’accumulo di immagini di chi osserva il proprio mondo disfarsi e inquinarsi senza nulla poter opporre.
Eternit ® si conferma un’opera di rara forza espressiva e lucido disincanto. Attraverso un dialetto impuro e contaminato, Giovanni Nadiani è riuscito a scattare una radiografia spietata del nostro presente. Ci ricorda così che quanto credevamo eterno non solo si sta sbriciolando sotto i nostri piedi, ma che il suo sgretolamento rilascia le polveri sottili e velenose di un’epoca incapace di salvare la propria memoria e la propria umanità.
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