Mondo

Le vite senza valore nelle guerre infinite

Le guerre sono tutte brutte, drammatiche. Ma quelle a cui stiamo assistendo ora, attoniti, si ispirano alle pagine più nere della Storia dell’umanità. Si ha la sensazione che i responsabili ignorino i costi in vite umane e i danni alla popolazione civile. È come se avessimo superato il punto di non ritorno, ci fossimo assuefatti alle tragedie quotidiane che vediamo in tv o di cui leggiamo sui giornali: l’indifferenza nei confronti del male. Altrimenti come potremmo spiegare le parole di Vladimir Putin a San Pietroburgo: nella sua logica il conflitto potrebbe anche non aver fine, potrebbe durare all’infinito, lo spreco di vite è rimosso, più di un milione di morti hanno lo stesso effetto di un centinaio, quello che conta è solo quella manciata di chilometri quadrati del Donbass che manca all’appello. Senza quelli nella mente dello Zar la guerra potrebbe durare in eterno.

Anche Benjamin Netanyahu ha fatto un salto di qualità. Sicuramente l’efferatezza dei crimini del 7 ottobre ha cambiato, ed è comprensibile, la mentalità del governo di Tel Aviv. La teoria sulla «gestione del conflitto» con il mondo arabo di Netanyahu secondo i suoi detrattori si è trasformata in una sorta di filosofia della «guerra permanente». Vero o falso che sia se sommiamo i morti di Gaza, con quelli di Teheran e ora con quelli di Beirut sfioriamo la cifra di centomila. E non c’è ancora un segnale concreto che il conflitto si fermi: la tela che Donald Trump tesse di giorno, il primo ministro israeliano la disfa di notte. E pensare che l’esercito israeliano era famoso per la sua guerra lampo, quella con cui in sei giorni nel giugno del 1967 distrusse la Lega Araba. Altri tempi: all’epoca l’obiettivo era annientare un esercito, ora un popolo.

Non parliamo poi dell’Iran, un Paese in cui negli ultimi venti anni sono state eseguite più di ventimila condanne a morte e negli 8 anni di guerra con l’Iraq di Saddam sono stati sacrificate un milione di persone. È il particolare che non ha calcolato Trump: quando si tratta di guerre condotte da autocrazie, teocrazie o che abbiano in un modo o nell’altro uno sfondo religioso la vita conta poco. L’importanza che si dà al numero dei morti è relativa rispetto

al perseguimento dell’obiettivo. Si tratti di territori, di supremazia o di fede. E la durata del conflitto è ancor più insignificante. La guerra rischia di non avere un inizio e una fine ma di diventare «cronica». Non siamo alla guerra dei cento anni che insanguinò secoli fa il Vecchio Continente, ma abbiamo già superato il primo e il secondo conflitto mondiale.

Per alcuni versi sul piano umano sono anche peggio: perché di quelle guerre i nostri antenati avevano sentori lontani, mentre noi ora le guardiamo in diretta. E visto che non possiamo fermarle rischiamo di abituarci.

In più ci rendiamo drammaticamente conto che le vite contano più in Europa o in America, cioè nelle vecchie democrazie che in altre parti del mondo. Da noi il bilancio dei morti fa ancora fermare una guerra: il Congresso americano sta insorgendo contro Trump. Non siamo ancora rassegnati e vale la pena di difendere e tenerci stretti questi valori.


Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »