Società

Le radici indoeuropee della civiltà greco-latina di Marco Calzoli

Riflessioni Filosofiche

Riflessioni Filosofiche   a cura di Carlo Vespa   Indice

 

di Marco Calzoli Giugno 2026

I vari popoli greci e latini hanno in comune una stessa radice, quella indoeuropea, che appartiene anche ai molti altri popoli. La civiltà indoeuropea ha delle somiglianze linguistiche, di valori e della cosmologia.
Le radici indoeuropee della grecità sono fondamentali: il greco antico è una lingua indoeuropea. L’arrivo in Grecia di popolazioni indoeuropee (achei, ioni, dori) nel II millennio a.C. ha importato concezioni proto-greche, che, fondendosi con le culture preesistenti (minoica e quelle mediterranee), ha posto le basi della civiltà greca, evidente nei miti, nella lingua e nelle strutture sociali (es. re, casa) condivise con altre lingue e popolazioni indoeuropee, come latino, sanscrito e germanico. Facciamo questo esempio. Il futuro greco sigmatico si forma con il sigma (lu-so). Il sigma compariva anche nel futuro contratto (originariamente *fain-so, ma aggiunge una /e/ per ragioni fonetiche quindi si forma *fain-e-so, poi il sigma cade, per cui *fain-e-o, infine le vocali si contraggono in fainõ). Ebbene, questa marca in sigma del futuro è indoeuropea e antichissima, compare già nel sanscrito, dove il futuro semplice si forma con la radice gunata, le desinenze del presente e la marca /sya/. Ma l’indoeuropeo non aveva il futuro quindi il sigma del greco e il /sya/ del sanscrito originariamente non indicavano questo tempo, bensì l’intenzione di fare qualche cosa. Traccia di tale antico valore intenzionale del sigma greco lo si trova in Iliade I, 29: Agamennone dice a Crise riguardo la figlia rapita ou luso, che non significa “non la libererò” bensì “non intendo liberarla”.  Per il sanscrito vedico (la fase più antica della lingua) pensiamo a Rig-Veda I. 1. 6 dove il futuro indica un’azione che deve aver luogo in futuro secondo l’aspettativa o l’intenzione del soggetto, cioè yád aṇgá dāśáṣe tvám ágne bhadráṃ kari-ṣyá-si távét tát satyám aṅgiraḥ, “il bene che intendi fare, o Agni, a colui che ti adora, si realizza, o Angiras”.
Le radici indoeuropee della latinità sono profonde e si manifestano nel lessico di base, nella struttura grammaticale flessiva (declinazioni, coniugazioni) e in elementi culturali/sociali (termini di parentela, organizzazione sociale tripartita). Derivano soprattutto dai latini stessi, che erano un popolo italico indoeuropeo proveniente dall’Europa centrale e arrivato in Italia in ondate migratorie dal II millennio a.C., portando con sé questa eredità linguistica e culturale. Giunsero in ondate successive, insieme ad altri popoli come veneti, umbri e sanniti, stabilendosi nell’Italia antica. Facciamo questo esempio. In latino l’imperfetto del verbo essere è eram, “ero”. Eram deriva dalla radice indoeuropea del verbo essere es-, presente nell’infinito latino es-se, nel sanscrito as-mi, nel greco ei-nai (*es-nai, il sigma cade e vi è l’allungamento di compenso in /ei/). In latino la radice indoeuropea es- si rotacizza in er-am (nell’infinito es-se la radice rimane tale e quale, così come la marca dell’infinito –se, che invece si rotacizza nell’infinito degli altri verbi, per cui abbiamo lauda-re, che era all’origine *lauda-se). In er-a-m abbiamo poi un infisso di passato /a/, che è comune al lituano, al celtico e all’italico.
Prima dell’arrivo degli indoeuropei, le popolazioni autoctone erano matriarcali, come ipotizzato da Bachofen e recentemente dimostrato archeologicamente da Gimbutas. Il modello patriarcale (familiare e sociale) è eminentemente indoeuropeo, ad esso si associa la idea della forza e della violenza, della conquista. Gli indoeuropei, infatti, riuscirono a imporsi sugli indigeni per via di innovazioni belliche efficaci come il carro da guerra, che compare quale retaggio culturale in tutta la produzione mitologica e letteraria delle popolazioni derivate dagli indoeuropei, dal carro di Platone che allude all’anima fino a quello del principe indiano Arjuna. Infatti, l’immagine del carro nella Bhagavad Gita è centrale: sul campo di battaglia di Kurukshetra il principe guerriero Arjuna si trova sul suo carro, guidato dal suo auriga e consigliere divino, Krishna, che gli impartisce i profondi insegnamenti spirituali sulla vita, il dovere (Dharma) e l’azione, simboleggiando il conflitto interiore e il percorso di realizzazione spirituale. Il guerriero rappresenta l’anima individuale, combattuta tra il desiderio di agire (il dovere di combattere) e l’attaccamento emotivo (l’orrore di uccidere i propri parenti). Krishna, l’auriga, è la guida divina, il Sé Supremo (Brahman), che mostra ad Arjuna la vera natura della realtà e come agire senza attaccamento. Il carro è simbolo del corpo e della mente, con i cavalli che rappresentano i sensi e le passioni che devono essere controllati, e la guida di Krishna che indica la direzione. Il campo di battaglia è metafora della vita, dove ogni individuo affronta i propri “nemici” interiori (ignoranza, desiderio, ego) e il proprio dovere (il proprio Dharma).
La concezione indoeuropea del mondo era costituita di tre cieli di colori diversi. Quello bianco e luminoso del giorno è tale perché gli indoeuropei erano nordici, quindi vedevano il cielo nuvoloso. Poi c’era il cielo notturno e infine quello rosso (di mattino e di sera). Nell’arco delle 24 ore questi cieli si susseguono e formano un ciclo nel tempo. Tale ciclo, che si verifica ogni giorno, accade anche nel corso di tutto l’anno: il cielo bianco è quello della bella stagione, che è preceduta da una aurora (rossa) che è la primavera e seguita da una notte che è l’inverno. Abbiamo quindi due cicli che si sovrappongono nella stessa tripartizione: quello delle giornate e quello di tutto l’anno.
Dai greci e dai latini il colore bianco era rappresentato dalla coppia divina Zeus (Giove) e Era (Giunone). Giove e Zeus derivano da una radice indoeuropea che vuol dire “luce del giorno”, Era ha una radice che esprime la bella stagione, Giunone da una radice latina che esprime la gioventù (primavera, in cui sbocciano i fiori). Il pavone è associato a Giunone, che nella sua coda ha delle macchie a forma di occhi: Giove aveva tradito Giunone con una donna mortale chiamata Io, Giunone lo scoprì, allora Giove per nascondere la faccenda trasformò Io in mucca, ma Giunone, sospettandolo, ordinò di far custodire Io da Argo che aveva 100 occhi.
Il poeta greco Esiodo nella Teogonia racconta in versi le origini dell’universo. Prima di tutto vi era una coppia divina: Cielo (Urano) e Terra (Gaia). Urano risultava noioso perché voleva accoppiarsi di continuo con la Terra, nascevano figli in continuazione, quindi la Terra ha chiesto al più furbo dei figli, Crono, di staccarli: Crono prese una falce e tagliò i genitali del padre. Quei genitali mutilati, gettati nel mare, diedero origine a Afrodite, nata nel rosso del mare. Negli elementi di questa leggenda vi sono i vari cieli: quello luminoso (Urano) e quello rosso (sangue di Urano). Il termine Crono non deriva da chronos, tempo, perché in greco abbiamo la lettera /k/, e non la /ch/, quindi Crono deriva dal verbo greco keirein, “tagliare”. Non è un caso che Omero denotava il mare con l’aggettivo oinops, colore di vino, quindi rosso.
L’eroe, prima di essere una entità molto forte che compie fatiche dure, è un personaggio cosmico, che ha a che fare con questa cosmologia dei tre cieli. Eroe ha la stessa radice di Era, quindi vuol dire bella stagione. L’eroe per eccellenza è sempre quello che è sopravvissuto alle tenebre invernali: questa grande azione eroica si verifica in Orfeo, Ercole, Enea.
Il poeta greco Orfeo, disperato per la morte della moglie Euridice, scende nel regno dei morti (Ade) per riportarla in vita, usando il suo canto e la sua musica per commuovere Plutone, Proserpina e persino i mostri infernali (Caronte e Cerbero), ottenendo il permesso di riavere Euridice a condizione di non voltarsi a guardarla prima di raggiungere la luce del sole, ma cedendo alla tentazione all’ultimo momento, la perdette per sempre.
La discesa agli Inferi di Ercole è la sua dodicesima e ultima fatica, durante la quale deve scendere nell’Ade per catturare il mostruoso cane a tre teste Cerbero e portarlo a Euristeo, dimostrando così la sua forza e il suo coraggio, e segnando la sua completa purificazione e il passaggio verso la divinità. Guidato da Atena ed Ermes, attraversa lo Stige con Caronte, incontra amici imprigionati (Teseo e Piritoo) e affronta Cerbero a mani nude, riuscendo a domarlo grazie alla sua forza, per poi riportarlo nel regno dei morti.
La discesa di Enea agli inferi, narrata nel Libro VI dell’Eneide di Virgilio, è l’episodio chiave in cui l’eroe troiano, giunto a Cuma, consulta la Sibilla Cumana, profetessa di Apollo, per conoscere il suo destino e quello di Roma, venendo guidato da lei nell’Ade (l’oltretomba) per incontrare il padre Anchise, ottenendo profezie e una nuova consapevolezza del suo ruolo di fondatore.
Tutti e tre gli eroi hanno compiuto la discesa agli inferi, sotto terra, e sono risaliti alla luce del giorno. Allora siamo in un quadro che allude: alla luce e anche al nero (sta nelle profondità della terra).
Negli inferi ci sono almeno cinque fiumi. I cinque fiumi infernali principali sono: Acheronte, Flegetonte, Stige, Cocito e Lete. L’Acheronte è il fiume del dolore, il Flegetonte è il fiume di fuoco, lo Stige è il fiume di sangue bollente (in alcune interpretazioni), il Cocito è il fiume delle lacrime e il Lete è il fiume dell’oblio.  Quindi gli inferi, bagnati dalle acque, costituiscono un luogo anche umido: è la parte inquietante della terra. Ma la terra ha anche un aspetto positivo: la terra nera è l’utero che porta alla nascita o alla rinascita.
Secondo una teoria riguardo i popoli indoeuropei, c’è chi sostiene che essi originino dall’estremo nord dell’Europa, vicino al circolo polare, dove vi è una notte invernale che dura sei mesi. Questo può aver dato adito alla nascita della grande impresa come sopravvivenza dalla lunga notte gelida e terribile.
Tale concezione fatta di tre parti di colori diversi influenza tutta la vita sociale degli indoeuropei. Gli indoeuropei avevano una visione tripartita della società, con tre funzioni sociali che corrispondevano a tre gruppi della società. In alto vi erano i re e i preti (il potere dello stato e della religione). Sotto di loro abbiamo quella della forza e della violenza organizzata, espressa del ceto sociale dei guerrieri, che costituiscono, anche loro, una classe sociale prestigiosa. Infine abbiamo la funzione della produzione, del lavoro, che è anche quella della fecondità, si tratta dei contadini e degli artigiani. A tali classi sono sempre associati i tre colori: i re e i preti sono bianchi (in alto come il cielo bianco), i guerrieri rossi (sangue) e i lavoratori sono neri (fecondità della terra). I senatori vestivano di bianco, i generali romani di rosso. Il nome della veste rossa indossata dai generali romani, specialmente in trionfo, era toga picta (toga ricamata, interamente color porpora) o, più in generale, paludamentum, un mantello rosso acceso (simile alla clamide greca) riservato al comandante in capo e all’imperatore, simbolo del loro potere, indossato sopra l’armatura. L’imperatore conservava i segni del potere militare in quanto questo personaggio deriva il nome da imperium, che prima dell’età imperiale voleva dire non “impero” bensì “comando militare”. Il colore di Roma era il rosso e la città trae il nome da una parola osca che vuol dire “forza”.
Anche nel cosmo vi è una tripartizione analoga. Giove troneggia e governa, ma nel contempo il cielo è pure teatro di guerre e violenza, quindi arriviamo al sangue. E l’universo è preposto persino alla produzione: anche gli dei devono essere cibati, e lo sono mediante il sacrificio offerto loro dagli esseri umani.
Paride fu un troiano, figlio di Priamo. Un giorno mentre custodiva l’armento del re ebbe la visita delle tre maggiori dee olimpiche, che sono Era, Atena e Afrodite. Se sceglieva Era, Paride avrebbe avuto il potere. Oppure l’intelligenza da parte di Atena o la donna più bella del mondo da parte di Afrodite. Paride scelse la donna e originò la guerra di Troia: questo perché Paride fece la scelta sbagliata, doveva scegliere la prima funzione, non rispettò la gerarchia.
Sovranità, guerra e produzione si vedono nella successione dei quattro re di Roma. Romolo dopo aver fondato Roma morì avvolto da una nube: è il potere della sovranità. Numa Pompilio creò la religione romana, consigliato dalla ninfa Egeria. Tullio Ostilio guerreggiò contro Alba Longa e alla fine conquistò il Lazio. Anco Marzio fu un re costruttore, eresse il potente sul Tevere e creò il porto di Ostia.
La Triade Capitolina (venerata sul Campidoglio) è costituita da Giove, Giunone e Minerva. Essa è recente, prima c’era Giove, Marte e Quirino (Romolo divinizzato): rispettivamente sovranità, guerra, mentre Quirino era un dio della fertilità. Invece la Triade Capitolina aveva le funzioni miste. Giove è sovranità, la Giunone dei latini riguarda anche la funzione di riproduzione (dea delle madri di famiglia o matronae), Minerva è sia la dea dell’artigianato (intelligenza) sia quella della guerra.
L’uomo greco ha la ambizione di sopravvivere, sia nell’aldilà (nell’isola dei Beati con il corpo, concezione che poi darà luogo a quella dell’immortalità dell’anima) sia nella memoria degli uomini. Nella memoria l’eroe sopravvive mediante il poeta, che con le sue “parole alate” (epea ptepoenta) fa vibrare le imprese del guerriero oltre i limiti del corpo. Achille smise di combattere perché venne offeso da Agamennone, ma esitò tra le due strade: o morire giovane e sopravvivere nella memoria degli uomini, o avere vita lunga ma cadere nell’oblio. In greco la “gloria” è detta kleos, che vuol dire anche “voce”, come a dire che la vera gloria è quella tramandata sulla bocca dei poeti.
I requisiti morali dell’eroe indoeuropeo sono due: l’essere veritiero e l’essere generoso. Gli indoeuropei amano la vita, i banchetti, l’amore, ma accettano il sacrificio supremo della morte per una giusta causa. Attilio Regolo fu fatto prigioniero dai cartaginesi, che lo mandarono a Roma per negoziare la pace: se avesse ottenuto la pace, avrebbe continuato a vivere, altrimenti sarebbe tornato a Cartagine per morire. Attilio Regolo, giunto a Roma, cercò di convincere i senatori a non accettare le condizioni dettate dai cartaginesi ma volle tornare a lo stesso Cartagine per rispettare la promessa fatta. I romani parlavano di “fides punica”, cioè accusavano i cartaginesi di non rispettare la parola data, per questo distrussero Cartagine, nonostante che di solito i romani avevano rispetto dei nemici.
Il termine greco stesso della verità, aletheia, veicola l’idea della negazione (a privativo) della dimenticanza (lethe), pertanto la verità è etimologicamente il “ricordo”, che si estrinseca eminentemente nel poeta, che serba ai posteri le imprese degli eroi. L’eroe è pertanto veritiero poiché si colloca nel ricordo delle parole dei poeti.
Le radici delle parole esprimono i valori di cui abbiamo trattato. Originariamente il nome della dea Era e l’inglese year, “anno”, significavano entrambi “(bella) stagione” (il mese associato a questa dea era giungo). La parola year deriva dall’inglese antico ġēar, che risale attraverso il proto-germanico (jēr) a una radice indoeuropea che significa “anno, stagione”, probabilmente correlata a un verbo per “fare”, che indica un ciclo completo, con parole correlate in altre lingue come il greco hōra (stagione, ora) e il latino hora, evidenziando un antico concetto condiviso del passaggio del tempo.
Comunque l’etimologia del nome della dea Era è incerta e dibattuta, con diverse teorie: potrebbe derivare da hora (stagione), significando “pronta per il matrimonio”, o da una radice che indica “padrona” (femminile di heros), o ancora legarsi all’epiteto greco boôpis (“dall’occhio bovino”) e significare “giovane vacca” o “giovenca”, ma la sua origine è antica e pre-greca, forse minoica, e il nome è già attestato nelle tavolette micenee.
In greco aner è l’uomo delle classi superiori, mentre il latino vir indica il lavoratore.
I casi delle declinazioni serbano un riflesso delle tre funzioni: il nominativo è il potere sulla frase, quello del soggetto; l’accusativo è legato soprattutto all’idea del movimento (moto a luogo, come nel sanscrito), lo slancio, l’energia, è la funzione della guerra; gli altri casi esprimono le circostanze, come l’ablativo lo strumento, cioè la funzione dell’artigianato.

Marco Calzoli

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Marco Calzoli è nato a Todi (Pg) il 26.06.1983. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia con formazione accreditata. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha conseguito il Diploma Superiore biennale di Filosofia Orientale e Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa – Istituto di Scienze dell’Uomo nel 2022. Ha dato alle stampe con varie Case Editrici 51 libri di poesie, di filosofia, di psicologia, di scienze umane, di antropologia. Ha pubblicato anche molti articoli. Da anni è collaboratore culturale di riviste cartacee, riviste digitali, importanti siti web.



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