Calabria

L’autunno “caldo” della Calabria: i nodi sanità, lavoro e ambiente

Ci sono tante Calabrie che si incontrano, scontrano o semplicemente si ignorano in quello che si prospetta come l’ennesimo autunno caldo della Regione. Non si tratta di dissertazioni antropologiche sull’identità plurale dei calabresi, ma di lavoro e diritti negati. C’è la Calabria che si osserva dal decimo piano della Cittadella regionale e quella che si vive nel piazzale sottostante, teatro quasi quotidiano di manifestazioni e proteste scaturite dalle tante vertenze in atto tra il Pollino e lo Stretto. C’è la Calabria dei reel e quella delle “croci” sulle spalle di chi si fa carico di dare voce alle sofferenze di migliaia di persone. Ci sono gli storyteller con la partita Iva e coloro che sono costretti a elemosinare diritti spacciati come favori. C’è, insomma, la Calabria “instagrammabile” e poi c’è quella reale, attraversata da un dissenso che è ormai difficile ridurre solo a disfattismo, se non altro perché si ripropone da anni, che stanno diventando decenni, come dramma ineluttabile.

Le proteste in atto riguardano sostanzialmente tre grandi problemi: il disfacimento della sanità pubblica, il precariato storico della Pa, la questione energetica e il conseguente sfruttamento delle risorse ambientali e paesaggistiche per fini privati.

A operatori sanitari e sigle sindacali che continuano a manifestare contro la gestione dell’emergenza-urgenza – dalle gravi carenze di personale e mezzi di soccorso alle criticità organizzative legate alla gestione di Azienda Zero e alla revoca di alcune indennità specifiche – si aggiungono i focolai diffusi in diverse aree della regione contro il depotenziamento di presìdi ospedalieri periferici e la mancanza di investimenti stabili per la medicina territoriale.
L’articolo completo è disponibile sull’edizione cartacea e digitale


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