Laureate STEM, cala la presenza femminile. L’Italia arranca sul 40,5% malgrado il governo spinga con investimenti. I dati Almalaurea

La notizia arriva dall’Aula Magna dell’Università della Basilicata, dove è stato presentato il XXVIII Rapporto AlmaLaurea su Laurea e Occupazione.
E il dato che salta all’occhio è uno su tutti: la quota di donne nelle discipline STEM è scesa dal 41,1 al 40,5 per cento. Un passo indietro, non in avanti. In un Paese che cerca disperatamente ingegneri, informatiche e matematiche, le ragazze continuano a preferire altri percorsi.
Proprio mentre il governo spinge sull’acceleratore – investimenti sul Pnrr, nuovi corsi di laurea, battaglie retoriche sul “fare industria” – i numeri raccontano un’altra storia. Le STEM restano un cantiere aperto e mal frequentato dalle ragazze. È vero: i fondi per le materie scientifiche e tecnologiche non sono mai stati così ingenti. L’intero sistema universitario ha ricevuto la missione di sfornare ingegneri, data analyst e informatici. Eppure il fronte femminile arretra. Da dieci anni la quota di laureate nelle discipline hard oscilla senza mai sfondare il muro del 41 per cento. Oggi è sotto, di nuovo. Segno che le campagne di orientamento, gli slogan e le quote rosa annunciate sui palchi non bastano. O forse, semplicemente, non funzionano.
Nel 2025 le laureate rappresentano comunque la maggioranza schiacciante del totale: 59,6 donne ogni 100 titoli. Ma dentro i numeri si nasconde una geografia degli studi ancora rigidamente segmentata per genere. Nei corsi di informatica e tecnologie ICT le donne sono appena il 14,8 per cento tra i triennali. In ingegneria industriale e dell’informazione non arrivano al 26 per cento. Di contro, nei gruppi educazione e formazione (94,2%) o linguistico (83,5%) la presenza femminile è pressoché totalitaria.
A fare la differenza, spiega il rapporto, è ancora l’origine sociale. Un laureato su tre ha almeno un genitore con titolo universitario: nel 2025 la quota ha toccato il 34,7 per cento, in crescita costante dal 28,5 del 2015. Ma sale al 46,3 tra i magistrali a ciclo unico, quelli che portano a medicina, giurisprudenza o veterinaria. In pratica: più lungo è il percorso, più conta il cuscino familiare.
L’università piace, l’estero meno
Nonostante le criticità, il livello di soddisfazione resta alto. Otto laureati su dieci si dichiarano contenti dell’esperienza complessiva. L’89 per cento tornerebbe indietro e si iscriverebbe nuovamente, magari non sempre nello stesso ateneo ma comunque all’università. Un dato stabile da anni, che sfiora quota 90 e resiste anche al lieve calo del 2025.
Ma cambia la disposizione a muoversi. La disponibilità a lavorare all’estero è scesa al 45,2 per cento, cinque punti in meno rispetto a dieci anni fa. Un italiano su due prima della pandemia era pronto a fare la valigia. Oggi no. E non è solo una reazione post-Covid: il calo era iniziato già nel 2016. Gli analisti di AlmaLaurea lo collegano alla diffusione dello smart working e alla possibilità di restare in Italia lavorando da remoto per aziende straniere.
Più soldi, più tempo, più autonomia
Le aspettative sul lavoro stanno cambiando in fretta. La retribuzione netta minima accettabile per un posto full time è salita alle stelle: nel 2016 solo il 24,4 per cento dei laureati chiedeva almeno 1.500 euro al mese. Oggi lo pretende il 66,9 per cento. Un balzo di oltre 40 punti in nove anni, dovuto in parte all’inflazione, in parte a una rinnovata consapevolezza del proprio valore.
Ma non è solo questione di soldi. Il tempo libero è diventato un asset: la sua importanza è cresciuta del 26,6 per cento rispetto al 2015. La flessibilità dell’orario è salita del 20,7 punti. E l’autonomia nel lavoro è oggi decisiva per quasi due laureati su tre. A passare in secondo piano, invece, la coerenza con gli studi compiuti: solo il 23 per cento rifiuterebbe in ogni caso un impiego non attinente al titolo. Per la maggioranza (53%) va bene, ma come condizione transitoria.
Chi studia, chi lavora, chi scappa
Un dato che fa riflettere: l’80,9 per cento dei laureati triennali intende proseguire gli studi. Una quota in crescita costante dal 2015, quando era ferma al 61,9 per cento. Significa che il primo titolo non basta più. La laurea magistrale è diventata quasi obbligatoria, almeno nelle intenzioni. Tra i magistrali biennali, invece, solo il 43,8 pensa a un ulteriore step: per loro il dottorato è l’opzione più gettonata (14,6%).
L’esperienza all’estero durante gli studi coinvolge ancora solo uno su dieci, anche se si intravede una timida ripresa dopo il crollo pandemico (dall’8,3% del 2022 al 10,2% del 2025). Meglio va per i tirocini curriculari: li ha fatti il 60,9 per cento dei laureati, in risalita dopo la batosta del Covid. E chi ha lavorato durante l’università è ormai la regola: il 68 per cento ha avuto qualche esperienza, anche saltuaria. Di questi, l’11,3 per cento si definisce “lavoratore-studente”, cioè dava la priorità all’impiego.
I numeri complessivi parlano di 334.601 laureati nel 2025, rilevati su 81 atenei. L’età media di uscita è 26,3 anni, ma toglien-do i telematici (più anziani e già occupati) si scende a 25,7. La regolarità negli studi è al 60,4 per cento, in leggero recupero dopo il crollo del 2024 dovuto alla fine delle proroghe Covid. Un sistema, insomma, che regge ma non decolla. E che continua a perdere le sue migliori energie scientifiche in partenza.
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