L’attentato mafioso del 1992: esposti a Trento i resti dell’auto di scorta del giudice Falcone – CRONACA
La “Quarto Savona 15” è la teca contenente i resti della Fiat Croma blindata, auto di scorta del giudice Giovanni Falcone, distrutta nella strage di Capaci il 23 maggio 1992.
L’esposizione itinerante di questo potente simbolo di legalità e memoria, che onora Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Di Cillo, sta viaggiando in tutta Italia. L’iniziativa, promossa da Tina Montinaro (moglie del caposcorta Antonio) mira a mantenere viva la memoria e a educare le nuove generazioni alla lotta alla criminalità organizzata.
Per consentire lo svolgimento della cerimonia di scopertura mercoledì prossimo, 25 marzo, è istituito il divieto di transito in piazza Dante davanti alla Regione dalle 8 e 30 alle 10.
Contestualmente sarà in vigore il divieto di sosta con rimozione forzata nel tratto compreso tra l’incrocio con via Vannetti e l’incrocio con via Torre Vanga (lato est della piazza) dalle ore 22 di martedì 24 alla mezzanotte del 25.
Tutti ricordano quel giorno di quasi 34 anni fa, il 23 maggio 1992, una data indelebile nella memoria personale e collettiva, il giorno della strage di Capaci.
Fu Giovanni Brusca, dalla collina che domina Capaci, a scatenare l’inferno sull’autostrada, dove erano stati piazzati 500 chili di tritolo. La carica di esplosivo preparata dall’artificiere Pietro Rampulla e messa sotto un tunnel fa volare l’auto di Giovanni Falcone.
Il giudice viene ucciso insieme alla moglie e ai tre agenti di scorta: Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani. La moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato, morirà poco dopo in ospedale. L’autista Giuseppe Costanza si salva.
Il 23 maggio del 1992 quello che uno degli esecutori, Gioacchino La Barbera, chiamerà “l’attentatuni” chiude i conti con l’uomo che impersona il simbolo della lotta a Cosa nostra. Le sue inchieste sulla mafia e sui boss hanno cambiato la storia. E non soltanto la storia giudiziaria.
Falcone è l’uomo che, con l’apporto di decine di collaboratori a partire da Tommaso Buscetta, ha ricostruito la struttura militare e verticistica della mafia, ha individuato esecutori e mandanti della grande mattanza di Palermo, ha allargato le maglie delle relazioni tra Cosa nostra e il potere. Con Paolo Borsellino e gli altri componenti del pool di Antonino Caponnetto ha istruito il maxiprocesso e mandato a giudizio un esercito di 474 imputati.
La sorte di Falcone toccherà a Borsellino, a soli 57 giorni di distanza, quel drammatico 19 luglio del 1992, un’altra data scolpita nella storia.




