Toscana

“L’amante proibita”, riscrivere Pavese tra desiderio, memoria e inquietudine














Michela Mastantuono, classe 1996, è una giovane studiosa di Letteratura e L’amante proibita (Divergenze, 2026) è il suo primo libro. Nel libro, la Mastantuono entra nel dibattito critico su Cesare Pavese con uno sguardo personale e profondamente emotivo. Il suo non è soltanto un saggio, ma un tentativo di dare forma e linguaggio a un sentire condiviso, che attraversa l’opera pavesiana e continua a parlare ai lettori contemporanei. Partendo da un incontro giovanile e maturo con lo scrittore, il libro propone una riflessione originale su uno dei nuclei più intimi della sua poetica, spostando l’attenzione su sfumature spesso trascurate dalla critica tradizionale. In questa intervista, Mastantuono racconta la genesi del suo lavoro, il rapporto con la scrittura e lo spazio che oggi può ancora occupare Pavese nel nostro immaginario.
Com’è nato il tuo interesse per Cesare Pavese e perché un libro su di lui?
“Ho incontrato per la prima volta Cesare Pavese da adolescente e benché fossi quasi del tutto distratta dai crucci tipici di quell’età avevo avvertito una certa affinità con l’autore. Epifanica è stata la lettura, alcuni anni dopo, del romanzo breve La spiaggia. A quei tempi avevo fatto mia una citazione attribuita a Francis Scott Fitzgerald: «Questa è la parte più bella di tutta la letteratura: scoprire che i tuoi desideri sono desideri universali, che non sei solo o isolato da
nessuno. Tu appartieni». Leggendo Cesare Pavese, in particolare quel romanzo, mi sono sentita vista: da quel momento ho capito che se avessi continuato a leggere la sua opera avrei compreso più a fondo me stessa, e così è stato. L’interesse per Pavese è nato, insomma, come una necessità, in primis. Leggerlo, studiarlo e approfondirlo ogni giorno più del precedente è stato naturale e inevitabile.
Il mio è uno de tanti libri su Pavese, ma il fascino che questo autore esercita non si esaurisce facilmente, così come non si esaurirà mai il discorso attorno ad autori di tale levatura. Personalmente ritengo che questo sia un bene.”
Rispetto ai tanti testi usciti sulla poetica di Pavese, il tuo libro che cos’ha di diverso?
“L’amante proibita nasce dal bisogno di razionalizzare un sentire intimo e comune a molti. Mi capita sempre più spesso di incontrare – fisicamente e virtualmente – persone che mi dicono di essersi riconosciute nel tema trattato. Questo libro non segue tendenze critiche, ma vuole alimentare una riflessione collettiva: credo che l’elemento emozionale dal quale muove il mio lavoro si percepisca piuttosto chiaramente. La differenza tra collina intesa come donna amata e collina intesa come amante proibita può sembrare minima, ma è proprio nelle sfumature che
si può meglio osservare il reale.”
Come vivi la scrittura e quali sono i tuoi prossimi progetti per il futuro?
“Con timore reverenziale perlopiù! Poi c’è da dire che esistono vari tipi di scrittura, quindi dipende molto dal tipo di testo che sto scrivendo. In linea di massima mi trovo d’accordo con Philip Roth quando diceva che «scrivere è avere torto tutto il tempo» e questo trovo sia valido sia che si scriva per sé stessi che per altri, sia nel caso della scrittura narrativa sia che si faccia un lavoro di critica, poiché semplicemente non esiste in alcun caso una Verità Oggettiva,
neanche su sé stessi. Questa maniera di vivere la scrittura mi aiuta a superare la cosiddetta paura della pagina bianca: naturalmente ciò non fa venir meno né l’attenzione, né la premura, né lo studio.
Tra i miei progetti futuri c’è sicuramente quello di continuare a interrogarmi su ciò che sono e sul mondo che mi circonda attraverso la lettura, il cinema, la musica e l’arte. Insomma, non essere una spettatrice passiva, ma osservare la realtà attraverso le lenti che, di volta in volta, mi vengono offerte, e continuare a scriverne, come ho sempre fatto.”






















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