Friuli Venezia Giulia

Un film senza ardimento su chi predicava l’ardire

17 aprile 2026 – ore 19:00 – Lo si capiva già ieri sera, alla prima al Cinema Nazionale di Trieste: sala piena, attori in platea, applausi facili e un entusiasmo che aveva più a che fare con la presenza di Riccardo Scamarcio, Valentina Romani e Nicolas Maupas che con il film in sé. Un clima da evento, più che da cinema. E infatti l’illusione dura poco: basta che le luci si spengano perché quell’energia si disperda sullo schermo. Girato tra Trieste e Udine – con scorci riconoscibili, da Ponterosso al Palazzo Carciotti, fino alle architetture friulane – “Alla festa della rivoluzione” sfrutta i luoghi senza mai abitarli davvero. Li usa come fondale, non come sostanza. E questo è già un indizio: il film preferisce l’apparenza alla profondità.Fin dalle prime sequenze è evidente che non guarda alla storia, ma a un immaginario già confezionato. E lo fa nel modo più sterile: copiandolo. Più che un’eco, siamo davanti a una brutta imitazione della recente serie dedicata a Benito Mussolini, di cui riprende stile, atmosfera e costruzione del potere senza comprenderne il senso. Là c’era una regia che usava l’estetica per interrogare il personaggio; qui l’estetica diventa un travestimento, una scorciatoia. Arnaldo Catinari – maestro della luce quando lavora per altri – sembra qui smarrire proprio ciò che lo ha reso grande: lo sguardo. I controluce sono insistiti, le inquadrature compiaciute, la fotografia livida e uniforme. Ma dietro la forma non c’è pensiero. È cinema che imita un linguaggio senza possederlo, e finisce per svuotarlo.

Il nodo è tutto nella mancanza di una chiave di lettura. La vicenda di Gabriele D’Annunzio a Fiume è materia incandescente: un esperimento politico, una messinscena collettiva, un laboratorio di simboli e potere. Ma il film non sceglie mai come raccontarla. Non è analisi storica, non è racconto epico, non è nemmeno una riflessione contemporanea. È un ibrido incerto, che evita sistematicamente ogni profondità. Il D’Annunzio interpretato da Maurizio Lombardi diventa così una figura semplificata, quasi didascalica: il comandante, il trascinatore. Ma dove sono il poeta, il manipolatore, il contraddittore di sé stesso? Dove sono le ambiguità, le zone d’ombra? Sparite, in favore di una rappresentazione stereotipata, buona per essere riconosciuta, non capita. Attorno, Scamarcio, Romani e Maupas fanno il possibile dentro un impianto che non concede spazio: i loro personaggi non evolvono, non sorprendono, non restano. Sono figure di passaggio, funzionali a una trama che procede per accumulo, mai per sviluppo.

E proprio la trama, tratta dal romanzo omonimo, evidenzia tutte le fragilità dell’operazione. Là dove il testo letterario poteva permettersi ambiguità e suggestioni, il film si limita a riassumere, a semplificare, a tagliare. Il risultato è un racconto pieno di vuoti, di passaggi irrisolti, di tensioni mai esplose. Ma il vero tradimento è un altro. Gabriele D’Annunzio ha lasciato un’eredità ingombrante: un’estetica della politica, un uso spettacolare della parola, una capacità unica di trasformare la realtà in rappresentazione. Qui, invece, non resta nulla. Nessuna visione, nessuna provocazione, nessuna traccia. Si sceglie la via facile. Non si osa. E il paradosso è evidente: raccontare un uomo che predicava l’azzardo e farne un film che non rischia mai. Un film che non sa cosa vuole essere, mentre D’Annunzio, nel bene e nel male, sapeva sempre esattamente cosa voleva.

Articolo di Francesco Viviani




Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »