La «Spa» della mafia in Lombardia: condanne per oltre 500 anni, il gup svela l’alleanza tra Cosa Nostra, Camorra e ’ndrangheta
Incontri programmati «con anticipo» e «periodici» così da assicurare la partecipazione dei sodalì e definire l’attività operativa, «valutando quali società utlizzare, quali e quanti capitali investire, come distribuire le quote di partecipazioni ovvero come distribuire i proventi». Aveva una struttura organizzativa simile a quella di una spa, con una sorta di consiglio di amministrazione, la mafia a tre teste in Lombardia, frutto dell’alleanza di Cosa Nostra, Camorra e ‘ndrangheta, descritta dal gup di Milano Emanuele Mancini, nelle oltre 1800 pagine di motivazioni della sentenza con cui lo scorso dicembre ha condannato, in abbreviato, 62 imputati per un totale di oltre 500 anni di carcere.
Il giudice, parlando di «sistema mafioso lombardo», ha spiegato che il gruppo, che disponeva di «un esteso ‘capitale relazionale, idoneo a condizionare il funzionamento delle istituzioni e ad alterare il regolare svolgimento delle attività amministrative ed economiche», portava avanti la sua attività mediante la «condivisione di uffici, beni, società, cassa comune, affari economici leciti ed illeciti, contatti nel mondo della politica locale e nazionale nonché nelle amministrazioni pubbliche e nel settore imprenditoriale». Per «massimizzare i profitti» la SpA delineata dall’indagine dei pm della dda milanese Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane e del procuratore Marcello Viola, ha riunito «in forma associativa diverse componenti criminali» sia «individuali» sia «collettive, alcune delle quali» con «un proprio carattere mafioso pregresso» e «già diffuse» sul territorio: la «convergenza di interessi tra i sodali e l’apporto, da parte di taluni, del proprio retaggio mafioso» sono «elementi che si integrano» in modo da «sommare la forza derivante dalle mafie tradizionali con quella prodotta da una struttura flessibile, trasversale e orientata», per dirla con le parole di alcuni degli imputati, «trovare una quadra per guadagnare tutti».
Ma a determinare «la crescita e il consolidamento» della ‘spà, ha avuto un ruolo rilevante, oltre ad una «propria forza intimidatrice», quel «capitale relazionale» che ha consentito di interferire anche «con le scelte degli amministratori locali e, talora, con il voto alle elezioni in alcuni Comuni lombardi, dimostrando un profondo radicamento sul territorio». Insomma, la mastodontica indagine sulla ‘mafia a tre testè ha accertato l’esistenza di una organizzazione criminale con una «elevata capacità di penetrazione (…) all’interno di ambiti imprenditoriali nonché istituzionali e para‑istituzionali», nella pubblica amministrazione e nei settori strategici, tra cui forze di polizia, funzionari dell’amministrazione finanziaria e personale sanitario operante presso strutture pubbliche e private. Lo testimoniano le conversazioni «da cui emergono i rapporti tra Gioacchino Amico, esponente del clan Senese poi diventato collaboratore di giustizia, con Carmela Bucalo e Paola Frassinetti entrambe deputate del gruppo parlamentare di Fratelli d’Italia e le loro rispettive collaboratrici. E poi la sua consocenza, di cui si vantava, del senatore di Fdi Mario Mantovani e la sua intenzione di candidarsi come sindaco a Busto Garolfo. Infine, a dare l’idea del quadro, la vicenda di Luca Faraone, candidato nel 2023 al Comune di Carate Brianza nella lista di Fratelli d’Italia per il quale il gruppo si sarebbe mosso per garantirgli i voti necessari per essere successivamente eletto.
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