La silenziosa strage sul lavoro in Calabria: tre vittime nei cantieri in 72 ore
El Hadji aveva ventitré anni e un corpo abituato alla fatica. Mani da muratore, schiena piegata ai lavori che nessuno vuole fare più. Era arrivato dal Senegal inseguendo quella promessa che questa terra continua a vendere ai disperati del mondo: un salario, qualche giornata, la possibilità di restare a galla. È morto davanti al mare di Paola, schiacciato da un manufatto di cemento mentre lavorava all’allestimento di un lido balneare. Nessun contratto esibito, nessuna certezza sulle tutele, nessuna biografia sindacale. Soltanto una chiamata, forse arrivata all’alba, come accade ogni giorno nell’economia sommersa di questa regione. Almeno questo sembra trapelare dalle prime indagini.
La Calabria continua a seppellire i suoi lavoratori nell’indifferenza delle istituzioni. Li conta in silenzio, uno dopo l’altro, come se la morte sul lavoro fosse un elemento naturale del paesaggio sociale. Tre vittime in meno di 72 ore: il giovane operaio di Paola, il 53enne morto nel cantiere del depuratore consortile di Francavilla Angitola, il 46enne precipitato da un ponteggio ad Anoia Superiore. I loro nomi generano dolore. La sindaca di Francavilla Angitola, Anna Bartucca, in una nota ha espresso la sofferenza di una comunità per la tragica fine del geometra Noel Familiari, responsabile del cantiere. Ma anche Anoia piange il 46enne operaio Fabio Cananzi.
Dietro questi nomi c’è un sistema che da anni vive sospeso tra precarietà cronica, subappalti a cascata e lavoro irregolare. Benedetto Di Iacovo, presidente della Commissione regionale per l’emersione del lavoro non osservato, ha fotografato una realtà che assomiglia a una ferita aperta: in Calabria l’economia sommersa pesa quasi il 20%, il doppio della media nazionale. Migliaia di persone lavorano senza protezioni reali, senza previdenza, senza rappresentanza. Invisibili quando timbrano, invisibili quando muoiono. E all’interno di questa area grigia maturano molte tragedie. Cantieri aperti in fretta, controlli insufficienti, formazione ridotta a formalità burocratica, catene di appalti che frammentano le responsabilità fino a renderle irriconoscibili. Alla fine resta soltanto l’ultimo anello: l’operaio. Sempre il più esposto, sempre il più sacrificabile.
I sindacati parlano ormai apertamente di “mattanza”. La leader regionale della Uil, Mariaelena Senese, non usa mezzi termini: «Non ci rassegniamo alla logica delle morti bianche come prezzo da pagare. Non possiamo stare in silenzio». E ancora: «Non possiamo parlare di lavoro dignitoso in una regione dove si continua a morire». Parole che arrivano appena pochi giorni dopo il Primo maggio celebrato a Gioia Tauro sotto lo slogan del “lavoro dignitoso”, mentre la cronaca smontava brutalmente ogni retorica istituzionale con l’agricoltore moro sotto il suo trattore a Spezzano Albanese.
Anche la Cisl punta il dito contro un sistema di prevenzione giudicato ormai insufficiente. Il segretario generale Giuseppe Lavia parla di «autentica vergogna nazionale» e denuncia «le enormi crepe dell’attuale sistema di controlli». Per il sindacato servono più ispettori, verifiche serrate nei cantieri e un coordinamento stabile tra gli enti preposti alla vigilanza. «Il tema della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro deve essere la priorità ad ogni livello istituzionale», avverte Lavia.
Ancora più duro il tono della Fillea Cgil Calabria. Il segretario Simone Celebre parla apertamente di «ennesima strage annunciata» e accusa un modello produttivo fondato sulla compressione dei diritti: «Non possiamo più parlare di fatalità. È un vero e proprio operaicidio». Nelle sue parole affiora tutta la rabbia di chi vede ripetersi sempre lo stesso copione: «Ogni volta assistiamo a cordoglio, promesse e tavoli istituzionali. Poi tutto torna come prima, fino al prossimo morto». Eppure dietro la retorica dello sviluppo di questa terra si consuma un paradosso tutto calabrese: mentre la regione è attraversata da investimenti pubblici, cantieri, opere infrastrutturali, fondi europei e progetti di rilancio, cresce la compressione dei diritti. Milioni che scorrono tra porti, depuratori, strade e turismo con la sicurezza che resta spesso in fondo ai bilanci. Una spesa da ridurre. Un ostacolo ai tempi di consegna. Poi, nelle ore successive agli incidenti, davanti ai cancelli dei cantieri, tornano sempre le stesse parole: fatalità, destino, tragedia. Ma non c’è nulla di fatale in un ponteggio privo di protezioni, in turni massacranti, in operai assunti senza formazione o reclutati attraverso il mercato parallelo delle chiamate informali. La morte sul lavoro, spesso, è la conseguenza dell’approssimazione. È così che il lavoro povero finisce per produrre, insieme ai salari bassi certificati dall’Istituto Tagliacarne, anche paura e silenzio. E sempre più spesso, la morte.
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